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	<title>Laura Luppi</title>
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	<description>Il mio occhio sull&#039;arte</description>
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		<title>Premio di Pittura Vittorio Viviani 2022</title>
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		<pubDate>Thu, 08 Dec 2022 18:12:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Laura]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Membro di giuria della 24sima edizione del Premio di Pittura Vittorio Viviani, organizzato dalla Libera Accademia di Pittura Vittorio Viviani con il [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Membro di giuria della 24sima edizione del Premio di Pittura Vittorio Viviani, organizzato dalla Libera Accademia di Pittura Vittorio Viviani con il supporto dell’Amministrazione comunale di Nova Milanese (MB) e ArciNova.</p>
<p>COMUNICATO STAMPA</p>
<p>INAUGURATO IL 24° PREMIO VIVIANI: SVELATI I VINCITORI 2022</p>
<p>Nella mostra del concorso opere di 40 artisti. Premiati Riente, Bozzetti e Gubellini. Successo di presenze e pubblico. In Villa Brivio fino al 26 novembre Sabato 12 novembre è giunto a compimento il 24esimo Premio Vittorio Viviani. L’amplissima partecipazione al bando e una folta presenza di pubblico hanno segnato il successo dell’edizione 2022 del concorso artistico di Nova Milanese organizzato dalla Libera Accademia di Pittura. La mostra del Premio intitolato alla memoria del maestro Viviani, fondatore della LAP, allestita nelle sale di Villa Brivio, si è aperta lo scorso sabato pomeriggio. Sale di Villa Brivio gremite di pubblico e artisti. Palpabile l’attesa per lo svelamento dell’esito del concorso. Con l’inaugurazione, sono stati proclamati i vincitori dei tre premi acquisto e degli altri riconoscimenti in palio. Il Premio “Vittorio Viviani”, patrocinato dal Comune di Nova Milanese, è stato assegnato a Marco Riente, 33enne di Milano, docente di discipline plastiche nelle scuole di secondo grado. La sua scultura dal titolo Sotto il cielo di settembre, realizzata in sabbia e resina, ha conquistato il premio del valore di 1.000 euro. L’opera andrà ad arricchire la collezione civica novese. Il Premio “Città di Nova Milanese”, finanziato dal circolo ARCI, del valore di 500 euro, è stato assegnato a Giulia Bozzetti, 28enne di Lodi, per l’incisione titolata Il nostro corpo. L’opera andrà ad aggiungersi ai lavori che impreziosiscono il centro sociale di via Togliatti. Il premio acquisto speciale “70esimo LAP – 1952/2022”, del valore di 500 euro, è andato a Marco Gubellini, 46enne di Osio Sopra (BG), per il disegno a penna biro titolato Vasi comunicanti. Inoltre la commissione artistica ha voluto segnalare le opere di Daniele Nitti Sotres di Milano, Rachele Amadori di Cinisello Balsamo (MI), Yirui Fang di Mestre (VE) e Vittorio Menditto di Concordia Sagittaria(VE).</p>
<p>A scegliere le opere da premiare una commissione artistica composta dalla critica d’arte Vera Agosti, dall’incisore Bruno Biffi e da Laura Luppi, critica d’arte. A coordinare il lavoro della la giuria il direttore della LAP Alessandro Savelli. Dopo un percorso avviato lo scorso settembre, è giunto così a compimento il concorso artistico della LAP, realizzato col sostegno del Comune di Nova Milanese e del circolo ARCI “Enrico Rossi”, il supporto della Fondazione Rossi e il patrocinio di Regione Lombardia e della Provincia di Monza e Brianza.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Link <a href="https://www.youtube.com/watch?v=15bLLAOY-HE&amp;t=1549s" target="_blank">video premiazione </a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>&#8220;Les Nuits Barbares&#8221; di Hervè Koubi</title>
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		<pubDate>Wed, 09 Nov 2022 20:38:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Laura]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Recensione dello spettacolo della compagnia di Hervò Koubi a MilanOltre Articolo pubblicato su Hestetika Online &#8220;Corpi migranti danzano a MILANoLTRE&#8221; Alla [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<div class="meta-wrap hero-meta tipi-xl-typo elements-design-1 clearfix tipi-row content-bg">
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<div class="title-wrap">
<blockquote><p>Recensione dello spettacolo della compagnia di Hervò Koubi a MilanOltre</p>
<p>Articolo pubblicato su Hestetika Online</p></blockquote>
<h1 class="entry-title title flipboard-title">&#8220;Corpi migranti danzano a MILANoLTRE&#8221;</h1>
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<article>
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<div class="entry-content body-color clearfix link-color-wrap progresson">
<h3>Alla 35° edizione del Festival MILANoLTRE la compagnia di danza contemporanea Hervè Koubi racconta di viaggi alla scoperta di noi stessi e dell’altro.</h3>
<p>Un ponte tra Oriente e Occidente, disegnato da trame di corpi che nel denominatore comune della danza trovano il filo per tessere la loro tela. La tela di Penelope, si potrebbe dire, in attesa che Ulisse faccia ritorno a Itaca da un viaggio che in fondo è lo stesso compiuto da ogni individuo alla ricerca delle proprie radici. Hervé Koubi, coreografo francese di origine algerina, seleziona per la sua compagnia danzatori di strada provenienti da tutto il bacino del Mediterraneo, ognuno caratterizzato da una forte personalità, presenza scenica, sorprendenti capacità acrobatiche. Insieme compongono un variegato gruppo di artisti che a tratti sembra lottare, condividere, confrontarsi, confortarsi e accogliersi.</p>
<p>Non a caso gli spettacoli presentati sul palco del Teatro Elfo Puccini di Milano parlano di migrazione, tema caro alla 35° edizione del MILANoLTRE Festival che desidera porre l’attenzione sulla condizione attuale di chi cerca un futuro migliore, scappando per terra e per mare da guerre e terrore.</p>
<h4>“Les Nuits Barbares ou les premiers matins du monde”</h4>
<p>Andato in scena il primo di ottobre, riporta alla luce la raffinatezza della cultura barbara, in parte celata ai contemporanei da una storia raccontata da un punto di vista univoco, quello di chi nello straniero ha voluto vedere riflessa l’immagine del nemico di cui avere paura. Ciò che si teme si svilisce, spesso senza ragione, anteponendo le proprie qualità, e presunte virtù, alla conoscenza profonda dell’altro. Volti mascherati da preziosi giochi di luce filtrano il confine tra noi e la nostra percezione della diversità, armati di lame taglienti come armi d’attacco o da difesa. Le danze turbinose si aprono e si susseguono in un’eterna lotta per l’appacificazione di una cultura univoca, risultato della commistione di tutte quelle già contenute al suo interno.</p>
<h4>“Ce que le jour doit à la nuit”</h4>
<p>Unire e non separare, questo il messaggio ultimo dello sforzo coreografico della compagnia di Hervé Koubi anche nel lavoro “Ce que le jour doit à la nuit”, presentato la sera successiva con un’immagine di corpi intrecciati come naufraghi sulla zattera della Medusa. Questa volta a cercare la terra ferma è il corpo di danza nelle vesti del protagonista del romanzo di Yasmina Khadra (pseudonimo dello scrittore algerino Mohammed Moulessehoul, utilizzato durante la guerra civile del 1991-2002 per motivi di censura), da cui è tratto il titolo. La citazione accomuna la vicenda evocata, e non direttamente narrata, con quella realmente vissuta da Koubi, venuto a conoscenza delle proprie origini solo in età adulta.</p>
<p>Essere quel ponte tra popoli diversi muove il desiderio di abbracciarli entrambi, nel paradosso irrisolvibile di non sentirsi appartenere in toto a nessuno dei due. L’uomo è l’eterno migrante su una terra di cui può raccogliere i frutti materiali ma anche culturali, di cui è parte integrante e artefice, ma solo interagendo all’esterno col prossimo, e all’interno con tutti gli altri racchiusi in sè. Un conflitto capace di prendere i toni dell’incontro, della caduta e della risalita, della fiducia e della partecipazione. Una visione contemporanea delle contaminazioni di luoghi, stili di danza e tradizioni dalle molteplici possibiltà, che le tracce musicali scelte completano nella loro reinterpretazione. Il suono di un flauto, un nay (strumento della musica colta e dei riti sufi), risuona infine come simbolo della dimensione spirituale dell’esistenza stessa in cammino dalla materialità verso piani superiori, la cui sacralità si respira in tutta la sala. Il ritmo incalzante delle percussioni genera salti vertiginosi e giri vorticosi da dervisci a testa in giù, mentre le gonne bianche si aprono ondeggiando in quella indagine perpetua che è la vita.</p>
<h4>“Boys don’t cry”</h4>
<p>Completa infine il panorama sul quale si muove la compagnia, questa volta ponendo l’attenzione sui pregiudizi legati alla danza maschile. Non tutti i ragazzi amano il calcio, c’è chi invece vorrebbe fare di sé un danzatore, sfidando i pregiudizi della propria società, che sia araba o occidentale. Un appello alla contemporaneità, alla libertà e all’arte, che trova il suo testo cardine in quello della storica e scrittrice francese Chantal Thomas, presentato in prima assoluta nella sua versione in italiano a MILANoLTRE festival, il 4 ottobre.</p>
<figure class="wp-block-pullquote">
<blockquote><p>“Ascoltate il flauto di canna, come si lamenta,</p>
<div class="inline-post clearfix"></div>
<p>si lamenta per il suo esilio lontano da casa”</p>
<p><cite>(Jalal al-Din Rumi)</cite></p></blockquote>
</figure>
<figure class="wp-block-pullquote"></figure>
<p>&nbsp;</p>
<figure class="wp-block-pullquote">Di Laura Luppi</figure>
<blockquote><p>link articolo</p></blockquote>
<blockquote><p><a href="https://hestetika.art/corpi-migranti-danzano-a-milanoltre/?fbclid=IwAR26ZttZYgr6QAthYAjg1sSlftY2Q_VV-52sVUvSZ3r4wMFr6JMJ2qMjFzE" target="_blank">https://hestetika.art/corpi-migranti-danzano-a-milanoltre/?fbclid=IwAR26ZttZYgr6QAthYAjg1sSlftY2Q_VV-52sVUvSZ3r4wMFr6JMJ2qMjFzE</a></p></blockquote>
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</div>
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		<title>&#8220;Gli alberi raccontano&#8221; di Antonio Cornacchia</title>
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		<pubDate>Wed, 09 Nov 2022 20:19:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Laura]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Partecipazione a &#8220;Gli alberi raccontano&#8221;, il piccolo fragile film di Antonio Cornacchia, art director e graphic designer, giornalista pubblicista, artista, amico. [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<div dir="auto">Partecipazione a &#8220;Gli alberi raccontano&#8221;, il piccolo fragile film di Antonio Cornacchia,</div>
<div dir="auto">art director e graphic designer, giornalista pubblicista, artista, amico.</div>
<div dir="auto"></div>
<div dir="auto">Per maggiori dettagli: <a class="x1i10hfl xjbqb8w x6umtig x1b1mbwd xaqea5y xav7gou x9f619 x1ypdohk xt0psk2 xe8uvvx xdj266r x11i5rnm xat24cr x1mh8g0r xexx8yu x4uap5 x18d9i69 xkhd6sd x16tdsg8 x1hl2dhg xggy1nq x1a2a7pz xt0b8zv x1fey0fg" tabindex="0" href="https://www.antoniocornacchia.com/esplorazioni/gli-alberi-raccontano?fbclid=IwAR2cAXnUod7WEEMoxIs_wpLTrN07RpZfitENKY_CPVHP7tkEHAFnoVvrahs" target="_blank" rel="nofollow noopener">https://www.antoniocornacchia.com/&#8230;/gli-alberi-raccontano</a>.</div>
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		<title>&#8220;Cuneiforme&#8221; la personale di Stefano Masciovecchio</title>
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		<pubDate>Sat, 23 Nov 2019 19:02:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Laura]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Stefano Masciovecchio, “Cuneiforme” Villa Brivio, piazzetta Vertua Prunetti (30 novembre &#8211; 22 dicembre 2019) Inaugurazione sabato 30 Novembre ore 18.00 &#8220;In [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Stefano Masciovecchio, “Cuneiforme”</strong><br />
Villa Brivio, piazzetta Vertua Prunetti<br />
(30 novembre &#8211; 22 dicembre 2019)</p>
<p><span style="text-decoration: underline;">Inaugurazione sabato 30 Novembre ore 18.00</span></p>
<p>&#8220;In questa sua mostra personale, Stefano Masciovecchio ci conduce in un percorso di ricerca e di studio sulla luce in fotografia.<span class="text_exposed_show"><br />
Un percorso che inizia dall’osservazione della natura fino alla rappresentazione umana, gradualmente riducendo l’uso del colore.<br />
La sintesi di questa ricerca è rappresentata da “Cuneiforme”, il cuore della mostra: l’opera, composta da 33 foto in un bianco e nero quasi privo di toni intermedi, trasforma il corpo in segno grafico, squarci di luce nel buio, come un alfabeto primordiale.&#8221;</span></p>
<p>Durante l&#8217;inaugurazione si svolgerà una performance live di Laura Luppi, che permetterà ai presenti di vedere dal vivo quanto avvenuto in studio.<span class="text_exposed_show"><br />
</span></p>
<figure id="post-1741 media-1741" class="aligncenter dupZoom_btn" data-dupzoom="http://www.lauraluppi.com/wp/wp-content/uploads/2019/11/IMG-20191121-WA0007.jpg"><img class="size-full" src="http://www.lauraluppi.com/wp/wp-content/uploads/2019/11/IMG-20191121-WA0007.jpg" alt="" /></figure>
<figure id="post-1742 media-1742" class="aligncenter dupZoom_btn" data-dupzoom="http://www.lauraluppi.com/wp/wp-content/uploads/2019/11/attachment-copy.jpg"><img class="size-full" src="http://www.lauraluppi.com/wp/wp-content/uploads/2019/11/attachment-copy.jpg" alt="" /></figure>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Intervista a Petra Conti</title>
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		<pubDate>Thu, 10 Oct 2019 14:09:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Laura]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[pubblicazioni]]></category>
		<category><![CDATA[laura luppi]]></category>
		<category><![CDATA[laura luppi artcioli arte]]></category>
		<category><![CDATA[laura luppi danza arte]]></category>
		<category><![CDATA[laura luppi giornalista]]></category>
		<category><![CDATA[petra conti]]></category>

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		<description><![CDATA[Sul n°33 di HESTETIKA, l&#8217;intervista alla Principal Dancer del Los Angeles Ballet, e già Prima Ballerina della Scala di Milano. &#8220;Danzare [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Sul n°33 di HESTETIKA, l&#8217;intervista alla Principal Dancer del Los Angeles Ballet, e già Prima Ballerina della Scala di Milano.</p>
<p>&#8220;Danzare la vita&#8221;, perché la forza per superare gli ostacoli si trova anche e soprattutto nelle nostre passioni, come la danza.</p>
<p><a href="www.hestetika.it/magazine/" target="_blank">HESTETIKA</a> vol. 33 Aprile 2019</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>PETRA CONTI</p>
<p>Danzare la vita</p>
<p>A cura di Laura Luppi</p>
<p>Intervista a Petra Conti, attuale Principal Dancer al Los Angeles Ballet e già Prima ballerina del Teatro alla Scala di Milano, ambasciatrice della danza italiana nel mondo e ideatrice del progetto “POINTE SHOES for a CURE”, una raccolta fondi per la ricerca e la cura del cancro infantile.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Quando la danza diventa una professione, essa spesso nasce da un’urgenza, da una necessità; una missione a cui si è predestinati, ma non priva di ostacoli, sacrifici e difficoltà. E se la strada intrapresa con dedizione e determinazione è quella giusta, i risultati non tardano ad arrivare. Così è stato per Petra Conti, nata nel 1988 da padre italiano e da madre polacca, danzatrice che ha ottenuto fin dagli esordi importanti riconoscimenti internazionali, interpretando i ruoli principali del balletto classico sui palcoscenici più prestigiosi del mondo. La malattia felicemente sconfitta, un cancro al rene diagnosticatole nel 2016, l’ha inoltre avvicinata all’organizzazione non profit CURE Childhood Cancer di Atlanta (USA), a sostegno della ricerca soprattutto a favore dei più piccoli.</p>
<p><strong>Petra, per prima cosa è un grande onore per me poterti intervistare e ti ringrazio sentitamente per aver accettato. Da appassionata mi sono sempre chiesta come possa davvero essere la quotidianità di una Étoile, di chi dedica la sua giornata, i suoi pensieri, la sua energia interamente alla danza. La prima domanda sarà subito personale, magari apparentemente banale, eppure assolutamente necessaria: Petra, cos’è per te la danza?</strong></p>
<p>La danza è il mio canale preferito di comunicazione, è il mio modo di sfogare le emozioni, un bisogno innato. Del resto la danza è nata con l’uomo, è uno dei mezzi di espressione più forti e antichi che esistano, ed è un linguaggio universale che unisce tutti.</p>
<p><strong>Puoi raccontarci il primo ricordo che hai della danza nella tua infanzia, il primo approccio al movimento, alla musica?</strong></p>
<p>Mia mamma e mia sorella sono state ballerine, e in casa si è sempre respirata aria di arte, aria di danza; ricordo che ballavo in corridoio sulle musiche di Chopin. Era poi una cosa assolutamente normale vedere mamma che si “stretchava” in spaccata di tanto in tanto.</p>
<p><strong>Intraprendere fin da piccola un percorso professionale deve aver comportato molteplici difficoltà: disciplina, impegno, regole, ritmi da rispettare e un approccio alla vita già da adulto. Secondo la tua opinione, è giusto affermare che la danza, in questo senso, ti abbia fatta crescere in fretta? Quali rinunce sono pesate e quali conquiste invece ti hanno spinta a proseguire sulla tua strada?</strong></p>
<p>La danza mi ha fatto crescere in fretta, assolutamente: a soli 11 anni ho lasciato la mia casa e la mia famiglia per inseguire il mio sogno. Tuttavia, personalmente non mi sento di aver fatto nessun sacrificio; i miei genitori, ai quali devo tutto, hanno fatto i veri sacrifici! Io ho solo cercato di essere sempre responsabile e di impegnarmi al massimo, dimostrando maturità e serietà, perché i miei non si preoccupassero e potessero essere fieri di me.</p>
<p>Certo, non ho trascorso un’adolescenza come gli altri ragazzi, non mi sono mai permessa distrazioni, ma l’ho fatto volentieri perché sapevo che stavo lavorando già per il mio futuro.</p>
<p><strong>Qual è stato il momento in cui hai preso atto del tuo destino, l’attimo in cui la danza è divenuta un’urgenza, una vocazione da seguire, una scelta inevitabile per realizzare la tua natura interiore? E quale quello in cui, se c’è stato, hai magari avuto un ripensamento, un istante di sconforto, la paura umanamente lecita di non farcela?</strong></p>
<p>La vocazione è arrivata proprio intorno agli 11 anni, quando ho iniziato l’Accademia di Danza a Roma. E come per ogni vocazione, ho avuto nel corso della mia formazione da ballerina momenti di scoramento, legati soprattutto agli infortuni.</p>
<p><strong>Chi è stata la prima persona a credere in te?</strong></p>
<p>Il mio Maestro Zarko Prebil, grande danzatore e coreografo, oltre che insegnante. È lui che mi ha insegnato cosa significa il rispetto per quest’arte, la disciplina, la passione, la venerazione. E dopo avermi seguita negli ultimi anni dell’Accademia, è stato proprio lui a dirmi che ormai mi aveva insegnato tutto quello che poteva trasmettermi ed era giunto il momento di iniziare a “volare”. Grazie a lui ho quindi avuto la fortuna di perfezionarmi in Russia, patria per eccellenza del balletto classico, presso il prestigioso Teatro Mariinsky di San Pietroburgo.</p>
<p><strong>Provo a immaginare cosa voglia dire salire sui palcoscenici dei teatri più importanti sotto i riflettori del mondo, e mi domando quanta forza mentale ci voglia oltre a quella fisica, allo studio, alla tecnica e alla preparazione del proprio corpo, per farlo dando il massimo di sé anche a livello interpretativo.</strong></p>
<p>La responsabilità che sento prima di esibirmi è la parte più stressante del mio lavoro. Essendo una Prima ballerina, io rappresento la compagnia, il teatro. In palcoscenico sono come il capitano di una nave, in un certo senso. Essere protagonisti dello spettacolo è allo stesso tempo un grande onore, un orgoglio, ma anche un fardello.</p>
<p>L’interpretazione del personaggio non mi preoccupa, anzi è la parte che mi piace di più. Lavoro quindi molto sulla tecnica e sulla preparazione fisica nei giorni prima di andare in scena, ben consapevole che il fattore più imprevedibile è lo stato d’animo che si ha prima di salire sul palcoscenico. Ed è su quello che mi concentro maggiormente nelle ore che precedono lo spettacolo.</p>
<p><strong>Da milanese quale sono, non posso che essere curiosa di conoscere alcuni dettagli della tua esperienza alla Scala come Prima ballerina. A quali ricordi di quel periodo sei più affezionata?</strong></p>
<p>In Scala mi sono formata come interprete di grandi ruoli, come Prima ballerina, come artista. I miei quattro anni a Milano sono stati anni intensi e mi hanno fatta crescere tantissimo.</p>
<p>Ricordo con particolare emozione proprio il momento in cui sono stata promossa Prima ballerina del Teatro alla Scala sul leggendario palco del Teatro Bolshoi. Avevo 23 anni, eravamo in tournée a Mosca. Eris Nezha, mio partner sulle scene e nella vita, era su quel palcoscenico con me ed anche lui è stato promosso Primo ballerino proprio quella sera. Forse la sera più bella della nostra vita.</p>
<p><strong>Cosa ti ha spinta a spostarti poi negli Stati Uniti?</strong></p>
<p>Ho voluto trasferirmi oltre oceano per rispondere al bisogno continuo di rimettermi in gioco, di confrontarmi con nuove sfide. Penso che un ballerino non si debba mai sentire “arrivato”, in quest’arte si deve costantemente aver voglia di crescere e migliorare. Poi ho sempre amato viaggiare, cambiare&#8230; non riesco a restare in un posto troppo a lungo.</p>
<p><strong>La danza ti ha fatto conoscere l’amore in tutti i sensi, compreso appunto il tuo compagno e marito Eris Nezha, col quale ti esibirai il prossimo 7 aprile al Teatro Municipale di Piacenza, nell’ambito della Stagione di Danza 2019 della Fondazione Teatri di Piacenza, per il Gala internazionale “Le stelle della danza”. Quali sono i pro e i contro (se ce ne sono) di una relazione in cui si condividono la stessa passione e lo stesso lavoro?</strong></p>
<p>Per me sono tutti “pro”! Mio marito Eris è anche il mio maestro personale, conosce tutti i miei limiti e le mie debolezze. È il mio mentore e il mio punto di forza. È davvero bellissimo lavorare insieme. E ovviamente, essendo dei perfezionisti, ci riempiamo di correzioni a vicenda. L’unico “problema” – ma che poi si rivela sempre un grande vantaggio – è che inevitabilmente ci portiamo il lavoro a casa.</p>
<p><strong>Un’ultima domanda. Si dice che un sorriso possa salvare la vita, ritieni che la danza abbia lo stesso magico potere? Perché io penso di sì.</strong></p>
<p>La danza ha la capacità di sollevare l’animo, di donare speranza, di portare sollievo ad un cuore addolorato, di regalare un sorriso e dare conforto. Con la danza siamo capaci di esternare, di sfogare i sentimenti che abbiamo dentro, ha quindi un vero effetto terapeutico sia per chi balla sia per lo spettatore. E io ne so qualcosa… Quando nel 2016 mi hanno diagnosticato un cancro al rene, la mia più grande paura, prima ancora di morire, era di non poter ballare più. La volontà di tornare quanto prima in palcoscenico mi ha spronata, insieme alle cure mediche e alle attenzioni della mia famiglia. Credo che questo sia proprio uno dei casi in cui la danza ha compiuto un piccolo miracolo nella mia vita.</p>
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		<title>THE SILVER MIRROR</title>
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		<pubDate>Mon, 18 Feb 2019 15:25:29 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Articolo sul lavoro dell&#8217;artista Silvio Giordano sul n. 32 di HESTETIKA, per lo speciale dedicato al BACIO. &#8220;Silvio Giordano, artista eclettico il cui [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Articolo sul lavoro dell&#8217;artista <strong>Silvio Giordano </strong>sul n. 32 di <b>HESTETIKA</b>, per lo speciale dedicato al BACIO.</p>
<p>&#8220;Silvio Giordano, artista eclettico il cui lavoro spazia dalla videoarte alla fotografia, indaga il nostro rapporto col bacio sotto molteplici aspetti. Veicolo di un amore sconsiderato per sé o per gli altri, il bacio diventa arma letale e cortocircuito di un narcisismo patologico in atto sugli schermi dei social media&#8221;.</p>
<p>di Laura Luppi</p>
<p>L&#8217;articolo è pubblicato sul<strong> n. 32 di HESTETIKA</strong></p>
<p><strong>&#8220;THE SILVER MIRROR KISS&#8221;</strong></p>
<p>Di Laura Luppi</p>
<p>Silvio Giordano, artista eclettico il cui lavoro spazia dalla videoarte alla fotografia, dalla scultura alla performance fino all’installazione site-specific, indaga il nostro rapporto col bacio sotto molteplici aspetti. Veicolo di un amore sconsiderato per sé o per gli altri, il bacio diventa arma letale e cortocircuito di un narcisismo patologico in atto sugli schermi dei social media.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Nelle “Metamorfosi” Ovidio narra la storia di Narciso, figlio della ninfa Liriope e del fiume Cefiso, la cui sorte svelata dall’indovino Tiresia preannuncia un’unica possibilità di salvezza: non dover mai conoscere se stesso. Divenire consapevole della propria bellezza avrebbe infatti condotto il giovane verso il baratro del suo destino, innamorarsi perdutamente della propria immagine fino a diventarne vittima. E un po’ Narciso appaiono le tante figure immortalate da Silvio Giordano nella serie intitolata “The Silver Mirror”, i cui volti vengono per lo più mascherati da un plotone esecutivo di baci. Come Narciso dei suoi tratti cerca di afferrare la sostanza toccando lo specchio d’acqua in cui si trova riflesso &#8211; intorbidito o annullato per così dire da quel suo tentativo utopico -, così i protagonisti dei lavori di Giordano si riscoprono presi o catturati dalla gloria ambita per vanità e bisogno di autoaffermazione. Che siano sotto forma di lusinghe verbali, manifestazioni fisiche o virtuali di approvazione sterile come un “mi piace” da social network, il bacio simboleggiato da Silvio Giordano ha poco del romantico e molto dell’apocalittico. Senza trascurare una certa ironia messa in atto nell’autoritratto “Local Hero” &#8211; di cui l’autore è soggetto attivo insieme alla ricerca di riconoscimento del suo operato in quanto artista, e passivo tanto da riscoprirsi martire di tale desiderio -, il moltiplicarsi del bacio risuona come una sorta di eco, di ripetizione volta al dileguamento. Nel mito di Narciso affiora non a caso la figura di Eco, ninfa ferita dal rifiuto dell’amato e condannata così a consumarsi nell’autodistruzione per la delusione sentimentale subita, di cui resta unica testimonianza la voce che lentamente si affievolisce perpetuandosi nell’oscurità. Fato a cui è inevitabilmente volta la scultura “Grimilde” (2012), realizzata con pasta di rossetto, un vezzo cosmetico per mezzo del quale il bacio donato aspira a lasciare traccia o segno nel tempo. Un tempo labile, vulnerabile come la bellezza e la vanità, un inganno celato nel gioco di rifrazioni dello specchio delle brame della videoinstallazione realizzata site-specific nel 2012 (“The Silver Mirror”) nell’antica dimora della famiglia di stilisti Cavalli a Firenze, o nella proiezione della serie di fotografie (“The Silver Mirror II”) esposte nel 2015 a Milano nella cornice acquatica dei Navigli. Il delirio narcisistico, autoreferenziale e di onnipotenza in cui la società contemporanea incamera e inghiotte, diviene bisogno di attestare la soggettiva esistenza esibendosi in una sorta di palcoscenico mediatico. Gli attuali strumenti di comunicazione viaggiano in rete in maniera veloce ed efficace, e portano a imprimere la propria presenza in una dimensione virtuale, ma pur sempre reale, aspirando alla conquista di un’identità socialmente riconosciuta, ammirata o fanaticamente seguita. «<em>Posto, dunque sono</em>», verrebbe da dire.</p>
<p>La riflessione di Silvio Giordano, abile osservatore delle dinamiche psicologiche derivate dalla smania di successo dell’individuo odierno smarritosi nell’oblio di valori o di punti di riferimento, non vuole essere una critica serrata ma ambisce a ciò che da sempre l’arte tenta di trascivere: una visione, un’immagine restituita &#8211; appunto &#8211; dei suoi tempi. Ancora oggi presente e passato non smettono di dialogare, e non si esaurisce neppure l’interconnessione tra i più tradizionali e innovativi mezzi espressivi. “The Kiss”(2014) abbraccia questo concetto, il quale prende forma dalla fusione di due icone dell’immaginario artistico, un incontro digitale tra il celebre dipinto di Hayez “Il Bacio” (1859) e “V-J Day in Times Square” (1945), lo scatto in bianco e nero di Alfred Eisenstaedt divenuto emblema della fine della seconda guerra mondiale. Pittura e fotografia trovano così un punto di contatto trasversale, nonostante l’apparente distanza storica delle due scene rappresentate e dei linguaggi utilizzati, alla ricerca di uno spazio comune concesso dalle nuove tecnologie e dai molti strumenti a disposizione dell’artista contemporaneo. Non solo pittura e scultura, quindi, ma anche fotografia ed elaborazione digitale, post-produzione, video e installazioni si intersecano per parlare di una tematica tanto più attuale come il culto di sè.</p>
<p>Attraverso la performance, infine, l’ego giunge all’apice della sua espressione autoreferenziale, incaricando il bacio (dato o ricevuto) del ruolo di giudice indiscusso, in un incantesimo che si compie e si annulla, libera e imprigiona come quello del principe alla Bella Addormentata, fiaba recentemente accusata dalla madre di un piccolo alunno del Regno Unito di incitare alla molesta sessuale. Notizia che, ovviamente, ha fatto il giro del web in pochi minuti. Come non pensare ancora una volta a un’opera di Silvio Giordano? “The Silver Mirror Kiss III” (2017) vede protagonista una moderna Aurora, sdraiata a terra, priva di sensi ed emaciata di baci, sfinita per così dire da troppa gloria o da una relazione ossessiva con sé o con altri. Il tema assume in questo caso diverse possibilità interpretative, toccando argomenti attuali come la violenza fisica o psicologica di un rapporto malsano, ma anche &#8211; e ancora una volta &#8211; la carneficina a cui sottoponiamo noi stessi esponendoci costantemente sotto i riflettori del mondo, in cerca di conferme e adulazioni che spesso purtroppo si rivelano baci fatali quanto il morso di una mela avvelenata.</p>
<p><a href="https://www.silviogiordano.com/" target="_blank">https://www.silviogiordano.com/</a></p>
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<p>&nbsp;</p>
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		<title>Il corpo come FORMA PURA</title>
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		<pubDate>Mon, 18 Feb 2019 15:07:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Laura]]></dc:creator>
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		<category><![CDATA[laura luppi]]></category>
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		<description><![CDATA[Intervista allo scultore Christian Zucconi sul n.30 di HESTETIKA &#8220;Christian Zucconi mette a nudo il bello scolpendo la materia, dando forma [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Intervista allo scultore <strong>Christian Zucconi</strong> sul n.30 di <strong>HESTETIKA</strong></p>
<p>&#8220;Christian Zucconi mette a nudo il bello scolpendo la materia, dando forma ai corpi umani capaci di svelare le loro cicatrici e, con esse, la loro possibilità di salvezza&#8221;.</p>
<p>di Laura Luppi</p>
<p><a href="https://www.hestetika.it/magazine/" target="_blank">www.hestetika.it/magazine/</a></p>
<p><strong>&#8220;IL CORPO COME FORMA PURA-&#8220;</strong></p>
<p>Christian Zucconi mette a nudo il Bello scolpendo la materia, dando forma a corpi umani capaci di svelare le loro cicatrici e, con esse, la loro possibilità di salvezza.</p>
<p>A cura di Laura Luppi</p>
<p>Quando si parla di arte secondo l’accezione greca (<em>téchne</em>) che include la capacità manuale oltre a quella intellettuale di operare in una determinata attività, non si può non pensare ai grandi maestri del passato. Eppure, per fortuna, anche nella contemporaneità ci sono artisti che “sanno fare” con “perizia” e la cui abilità funge da strumento imprescindibile per una ricerca eclettica e introspettiva. Lo scultore piacentino Christian Zucconi ha risposto alle mie domande ripercorrendo la strada che lo ha condotto dai suoi primi e giovani passi alla maturità attuale, non priva di nuove prove e sfide personali.</p>
<p><strong>Christian, i tuoi esordi con la scultura affondano le radici nella classicità, guardando ad artisti come Michelangelo e alle sue opere monumentali, una maniera di procedere con la materia marmorea ben diversa da quella con la quale ti relazioni oggi. Ricordi quali suggestioni ti evocavano quei capolavori?</strong></p>
<p>Ho iniziato a lavorare il marmo da bambino, con le forze e le fantasie di un bambino che vuole fare lo scultore perché tale si sente (senza conoscerne il motivo, né la molla, ma tant’è); nella testa un solo modello, negli occhi quelle immagini inspiegabili e perciò potenti. Tuttavia, per quanto le forze e le fantasie di un bambino siano illimitate dal punto di vista astratto, concretamente devono maturare per diventare personali. Non migliori, personali. Oggi niente ho perso dello stupore di colui che guarda, ma da scultore non sento più di poter esprimere quel tipo di monumentalità: il mondo e io stesso siamo rimpiccioliti.</p>
<p><strong>La tua ricerca artistica si è spinta presto verso altri orizzonti, lontano dall’estetica scultorea tradizionale nella direzione di un linguaggio che potesse parlare con maggiore efficacia all’uomo contemporaneo. Da un’idea di bellezza stereotipata del corpo sei giunto a un’indagine più intimista su esso, a interrogativi in grado di sollevare questioni che riguardano la coscienza collettiva, le paure, le angosce individuali e allo stesso tempo sociali. Com’è nata questa svolta nel tuo percorso?</strong></p>
<p>Osservando il corpo come pura forma. Che non significa disinteresse al contenuto, perché in questo caso è lo stesso: il corpo è contenente e contenuto, la forma ne è la figura. Osservando il corpo come pura forma si scoprono bellezze inaspettate, e quello che non si aspetta spaventa, e tutto quello che spaventa viene condannato senza appello, o mascherato. Questo a volte porta a un’estetica rassicurante, che rende accettabili alla vista anche le cose più atroci. Con il mio lavoro non vorrei rendere accettabile il brutto, il diverso e lo spaventevole, bensì scoprirne il bello e metterlo in piena luce.</p>
<p><strong>La tecnica “Kenoclastica” da te ideata &#8211; consistente nella distruzione di un lavoro completato, il suo svuotamento e la sua successiva ricomposizione – sembra parlarci di ferite fisiche quanto interiori con la violenza della loro immediatezza. A nudo infatti paiono esserci non solo i corpi, mutilati o riassemblati, ma anche le nostre emozioni (con la loro carne viva e sanguinante), accentuate altresì dai tuoi atti performativi (come quello su <em>Depositio Christi</em> del 2016) che con questo procedere hanno a che fare. Una distruzione a cui segue sempre una rinascita sofferta, è così?</strong></p>
<p>Per provare a comprendere ciò che non posso vedere e toccare, da sempre ho bisogno di creare forme tangibili, di scavare nella pietra, di sentirmi io stesso pietra. Nel contesto di questa identificazione rituale con il materiale, rompere, spezzare un’opera finita significa caricarla (e caricarmi) di altre possibilità. La ferita comporta da una parte il dolore e dall’altra la speranza. Le cicatrici sono i “segni” che sulla pelle (e sotto la pelle) testimoniano il percorso di guarigione.</p>
<p><strong>I tuoi corpi spesso si trovano a dialogare con spazi espositivi museali importanti, come il Castello Sforzesco di Milano o i Musei Civici di Palazzo Farnese di Piacenza, relazionandosi con la mitologia classica oppure con la religiosità cristiana. Qual è il punto di contatto tra questi ambiti e il tuo lavoro? Può forse essere individuato nella riflessione sull’uomo punito dagli Dei a causa della sua tracotanza e sull’idea di martirio alla base della santificazione dell’uomo cristiano?</strong></p>
<p>È la sintesi di cultura classica e cristiana a fondare la cultura occidentale. Lo vediamo bene in Dante, dove elementi dell’una integrano e completano elementi dell’altra creando un nuovo mondo. In questa sfera mi muovo: da scultore nato a Piacenza alla fine degli anni Settanta del Novecento. In questa sfera concepisco i miei lavori: partendo dallo spazio e dal contesto dove dovranno mostrarsi e respirare. Tutto il mio lavoro si basa sul dialogo con lo spazio e con il tempo, non come nostalgico richiamo al passato, piuttosto per la convinzione che la storia sia un infinito presente. Potermi relazionare a spazi così importanti e pregni di storia è stata una fortuna e un onore, tuttavia ogni spazio espositivo, dal più grande al più piccolo, mi ha dato la possibilità di continuare questo dialogo, e sono grato a tutti coloro che negli anni lo hanno reso possibile.</p>
<p><strong>Quando si parla di corpo si parla anche di sessualità di genere, argomento assolutamente attuale e suggerito da molte delle tue opere scultoree. Come si sviluppa all’interno della tua ricerca?</strong></p>
<p>Il genere è una convenzione culturale, la sessualità no. L’argomento è attuale proprio perché la nostra cultura sta cambiando, e, cambiando l’approccio culturale, cambiano anche le immagini che lo rivelano. Forse l’essere umano non avrà più la grandezza morale per mettere un nudo di quattro metri in piazza, ma sarebbe un peccato non vederne più la bellezza in quanto corpo. Il corpo di ogni essere umano, ma proprio di tutti, è un capolavoro. Ricercare nell’anomalia, congenita o acquisita, in ciò che è diverso, è ricercare nell’alterità una forma comune, e perciò un’identità comune, che nello spettatore sembra perduta.</p>
<p><strong>L’ultima evoluzione del tuo lavoro ha a che fare non solo col corpo, ma anche col movimento, caratteristica preclusa alla scultura classica. Hai infatti realizzato una serie di opere per lo spettacolo teatrale “Cicatrici” di Kronoteatro, in prima assoluta alla 46° Biennale di Venezia Teatro il 31 luglio, per le quali hai temporaneamente abbandonato il travertino persiano preferendo l’utilizzo del legno. Puoi anticiparci qualcosa a riguardo?</strong></p>
<p>Tutto parte dall’idea di agire su una scultura definibile “terminata”. Sembra che uscita dal laboratorio un’opera sia immutabile, non abbia più storia. Invece porta segni che testimoniano una vita indipendente dall’artefice. “Cicatrici” mi permetteva di spostare l’asticella delle conseguenze, di concepire sculture neutre e pulite per essere sporcate e riempite di vita dagli attori. In questi termini ho aderito immediatamente al progetto di Kronoteatro, con entusiasmo e senza pensare alle concrete problematiche. Come un bambino, per l’appunto, e i problemi si sono immediatamente presentati. In una situazione di scena l’utilizzo del legno era infatti d’obbligo, anche solo per la questione del peso, e, non avendo esperienza né sul materiale né sulla materia, ho avuto il privilegio di ripartire dal principio: dallo studio dell’intaglio a quello del teatro, classico e di figura; dalla grande tradizione emiliana dei burattini alle marionette; dalle bambole fino ai manichini anatomici e alle statue da vestire della religiosità popolare. Quello che ne è uscito è la mia interpretazione di questi mondi, e la meravigliosa danza di Tommaso e Noah che ho vissuto come colui che guarda.</p>
<p><a href="http://www.christianzucconi.it/" target="_blank">http://www.christianzucconi.it/</a></p>
<figure id="post-1724 media-1724" class="aligncenter dupZoom_btn" data-dupzoom="http://www.lauraluppi.com/wp/wp-content/uploads/2019/02/36658762_1859734124084953_4739200058392576000_n.jpg"><img class="size-full" src="http://www.lauraluppi.com/wp/wp-content/uploads/2019/02/36658762_1859734124084953_4739200058392576000_n.jpg" alt="" /></figure>
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		<title>Eternity is a state of mind</title>
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		<pubDate>Sat, 30 Jun 2018 15:39:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Laura]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[eventi]]></category>
		<category><![CDATA[laura luppi arte contemporanea]]></category>
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		<description><![CDATA[Mostra di Francesca Manetta, curata da Cristina Gilda Artese e Laura Luppi presso gli spazi espositivi di Gilda Contemporary Art. Dal [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Mostra di <strong>Francesca Manetta</strong>, curata da Cristina Gilda Artese e Laura Luppi presso gli spazi espositivi di Gilda Contemporary Art. Dal 4 maggio al 18 giugno 2018</p>
<p>Testi in catalogo di <strong>Cristina Gilda Artese</strong> e <strong>Laura Luppi.</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>COMUNICATO STAMPA</p>
<p><strong>FRANCESCA MANETTA. <em>Eternity is a state of mind</em></strong></p>
<p><strong>Gilda Contemporary Art</strong> presenta la personale dell’artista italiana <strong>Francesca Manetta</strong> (1979, Bergamo) dal titolo <em>Eternity is a state of mind</em>, curata da Cristina Gilda Artese e Laura Luppi.<br />
La mostra, che inaugurerà <strong>giovedì 3 maggio alle ore 18.00</strong>, e visitabile fino al 18 giugno, propone una serie di lavori inediti, risultato di una maturazione e di un’evoluzione progettuale pur sempre fedele al sofisticato linguaggio che contraddistingue la ricerca dell’artista. Le opere fotografiche di Francesca Manetta, curate in ogni dettaglio (dallo scatto alla post produzione) sono infatti caratterizzate da una forte componente onirica, un velato reticolato di simboli e di richiami a miti e racconti del passato, alla letteratura e alla storia dell’arte. Per tale motivo l’ambientazione ricca di elementi naturali, in dialogo con la presenza di corpi umani, ha determinato sin dagli esordi una certa predominanza che in questi ultimi lavori viene a sintetizzarsi, come a riassumersi in un’unica e cardinale protagonista, la rosa. La rosa, nelle sue molteplici significazioni, predilige in tale ciclo la valenza di ricordo, il quale a volte affiora e altre permane come sospeso, in uno spazio-tempo indeterminato ma costante, come sostrato della nostra coscienza. E la rosa dialoga con l’artista, soggetto e oggetto di ogni opera esposta, nata da un intimo percorso introspettivo, non privo anche in questo caso di rimandi allegorici con possibilità interpretative da parte di chi osserva. Nuovi formati, in particolare quello quadrato e rettangolare verticale, offrono ulteriori vie elaborative di un’immagine a confine tra sogno e realtà. Per quanto realizzate digitalmente, le opere di Francesca Manetta, sono il risultato di un processo che nasce dal mondo reale, da oggetti e luoghi in dialogo con una dimensione altra, vicina o lontana a seconda delle proprie percezioni. Una fotografia pittorica, si potrebbe dire, per la sua costruzione, per il risultato estetico, per l’intenzione gestuale, per le atmosfere restituite. Presente in mostra anche un’installazione site-specific posta al centro della seconda sala, a completare e a unificare un percorso espositivo non pensato secondo un ordine temporale o narrativo, ma libero e aperto a riflessioni e suggestioni personali.<br />
Catalogo con testi di Cristina Gilda Artese e Laura Luppi.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>FRANCESCA MANETTA. <em>Eternity is a state of mind</em></strong></p>
<p style="font-weight: 400;">Milano, Gilda Contemporary Art (via San Maurilio 14)</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Dal 4 maggio al 18 giugno 2018</strong></p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Inaugurazione: giovedì 3 maggio, ore 18.00</strong></p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Orari</strong>: dal martedì al venerdì dalle 10.30 alle 19.</p>
<p style="font-weight: 400;">Sabato dalle 10.30 alle 13 e il pomeriggio su appuntamento</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Ingresso libero</strong></p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Informazioni</strong>:  tel. 339.4760708</p>
<p style="font-weight: 400;"><a href="mailto:info@gilda.gallery">info@gilda.gallery</a></p>
<p style="font-weight: 400;"><a href="http://www.gilda.gallery/">www.gilda.gallery</a></p>
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		<title>Egon. Introspettiva da Klimt a Schiele</title>
		<link>https://www.lauraluppi.com/egon-introspettiva-da-klimt-a-schiele/</link>
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		<pubDate>Fri, 02 Mar 2018 18:43:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Laura]]></dc:creator>
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		<category><![CDATA[egon introspettiva]]></category>
		<category><![CDATA[laura luppi arte]]></category>
		<category><![CDATA[laura luppi articoli danza]]></category>
		<category><![CDATA[laura luppi giornalista]]></category>
		<category><![CDATA[laura luppi leonardo diana]]></category>
		<category><![CDATA[versiliadanza egon]]></category>

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		<description><![CDATA[La mia recensione sullo spettacolo di danza contemporanea &#8220;Egon. Introspettiva da Klimt a Schiele&#8221; del danzatore e coreografo Leonardo Diana, compagnia [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>La mia recensione sullo spettacolo di danza contemporanea &#8220;Egon. Introspettiva da Klimt a Schiele&#8221; del danzatore e coreografo Leonardo Diana, compagnia Versiliadanza.</p>
<p>Pubblicato su <a href="http://www.hestetika.it/magazine/" target="_blank">HESTETIKA N.28 &#8211; GENNAIO 2018</a></p>
<p><strong>&#8220;EGON. INTROSPETTIVA DA KLIMT A SCHIELE&#8221;</strong></p>
<p>Di Laura Luppi</p>
<p>La nuova produzione della compagnia Versiliadanza riporta l’uomo al centro della sua indagine, con un viaggio introspettivo tra i sogni e gli incubi segreti dipinti da Gustav Klimt ed Egon Schiele agli inizi del Novecento.</p>
<p>Danzare l’arte sembra un compito piuttosto scontato, considerando la danza stessa un’arte per definizione. Eppure non così facile è portare in scena l’arte dei grandi maestri visivi con l’arte della danza. La sfida è ardita, ma Leonardo Diana, coreografo e interprete di EGON. INTROSPETTIVA DA KLIMT A SCHIELE (in prima nazionale al Teatro Cantiere Florida di Firenze a fine ottobre 2017), ci riesce con estrema immediatezza ed eleganza. Diana inizia l’impresa come entrandovi sulle punte, metaforiche e non da ballo, perché sul palco muove i primi passi a piedi nudi, con la carne del suo corpo in una lenta, scomposta eppur armonica convulsione. Lo fa sulle note di musiche originali di Andrea Serrapiglio e Luca Serrapiglio, ispirate a sinfonie di Ludwig Van Beethoven, Johannes Brahms, Gustav Mahler e Arnold Schönberg e sulle quali fin da subito palpitano concitati i gesti di un’altra danzatrice sullo sfondo, prima controparte o lato inconscio del protagonista. Di inconscio in effetti si parla ogni volta che si osserva una delle grandi opere di Egon Schiele (1890 – 1918), con quella schietta e nuda verità che trasuda dai suoi soggetti: apparteniamo tutti al genere umano, combattuto tra emozioni, desideri repressi, nascosti e manifesti, tra senso di colpa e pregiudizio, tra la nostra natura selvaggia, il bisogno di un equilibrio stabile e le forzature della società o – come avrebbe detto Sigmund Freud – tra Es, Io e Super-Io.</p>
<p>“<em>Amo i contrasti</em>”, aveva scritto lo stesso Egon Schiele, non a caso. I tempi di Hans Makart (1848-1884), del pittore della grande borghesia di Vienna, erano ormai finiti. L’industrializzazione a cavallo tra i due secoli, con la sua ondata migratoria di manodopera, aveva costretto molte persone a vivere in condizioni disagiate, spezzando l’incantesimo di un presunto benessere. Un senso di inquietudine aleggiava per le vie della città e tra i caffè letterari, di tensione, di incertezza. Dal sogno si era piombati improvvisamente in una sorta di incubo da molti ancora negato, come un’indagine profonda oltre il lato superficiale delle cose, alla ricerca dell’essenza controversa e sconvolgente dell’animo umano nel tentativo di rifuggirla. In questo periodo nascevano le basi della psicanalisi freudiana, le riflessioni logico filosofiche di Ludwig Wittgenstein e le opere di Gustav Klimt (1862 – 1918), tra i primi artisti a recepire appieno il drammatico rivolgimento in atto e a ribellarsi contro la suddetta “epoca Makart”. I soggetti ritratti non erano più i rappresentanti della borghesia, ma i personaggi mitologici dalla forte carica simbolista, con la drammaticità dell’elemento femminile nei panni di una Erinne assetata di vendetta, pronta a ristabilire l’antico ruolo depredato da una società patriarcale e repressiva. “Nuda Veritas” (1899, versione litografica 1898) intitolava una delle celebri opere klimtiane ritenute scandalose dal perbenismo viennese, con quell’erotismo implicito della femme fatale il cui specchio tenuto tra le mani e rivolto allo spettatore esortava a fuggire dalla menzogna, dando il via alla Secessione.</p>
<p>Disprezzato e criticato, il giovane e talentuoso Schiele aveva trovato proprio in Klimt l’approvazione e il sostegno per non lasciarsi condizionare dal gusto accademico imperante e da una morale fin troppo puritana. Nella sua indagine sull’uomo si era già spinto in profondità, verso gli abissi plumbei della natura umana, tra le pulsioni opposte di vita e di morte, e in direzione delle tematiche più imbarazzanti e peccaminose per l’epoca: la sessualità libera e lasciva, l’omosessualità, l’autoerotismo. Si rivolgeva a Klimt come a un maestro, ammirando le donne da lui ritratte con la forza espressiva dei loro sguardi, di corporature scarne, e di quelle mani ossute e suggestive nella modulazione del loro gesto, protagonista e tratto inconfodibile anche delle successive opere di Egon.</p>
<p>Dal gesto, dunque, prende il via EGON. INTROSPETTIVA DA KLIMT A SCHIELE, con drammaturgia di Filippo Figone e Leonardo Diana. Senza filtri o canoni prestabiliti i quattro danzatori &#8211; Barbara Carulli, Valentina Sechi, Naomi Segazzi e lo stesso Leonardo Diana &#8211; si alternano in intensi assoli per poi interagire come in preda a sensazioni contrastanti. Dapprima sembrano ignorarsi, poi incontrarsi, scontrarsi, attrarsi e negarsi, per fondersi infine in un unico abbraccio fatto di abbandono e angoscia, di passione e solitudine. La presenza di più attori in azione pone inoltre il dubbio che in realtà essi ne rappresentino uno solo, l’uomo, con le sue molteplici sfacettature e personalità da comprendere e domare; la stessa ipotesi teorizzata dalla critica per molte delle opere di Egon Schiele nella sua raffigurazione di un’unica donna osservata da differenti posizioni e prospettive a volo d’uccello, in un’indiscreta intimità da camera. Nonostante suscitassero scandalo, i disegni e gli acquarelli sul tema possedevano la qualità dell’onestà, della verità, nuda e cruda &#8211; appunto -, e non priva di una certa ritualità. “<em>Anche l’arte erotica possiede una sua sacralità</em>” scriveva l’artista in una lettera allo zio, e sacro sembra essere il filo emozionale che lega gli interpreti sul palco quanto l’ambiente essenziale che li accoglie, animato da luci ed effetti visivi di forte impatto. Con l’ausilio delle nuove tecnologie adottate da Video PROFORMA (Nicola Buttari, Martino Chiti), del light design di Gabriele Termine e della scenografia di Eva Sgrò, la contemporaneità irrompe in scena senza turbare il clima di fine Ottocento a cui viene fatto riferimento diretto con le vesti tipiche delle modelle di Schiele. La connotazione temporale in fondo non risulta poi così fondamentale, date le tematiche sempre attuali a cui l’opera degli artisti e del coreografo si rifanno: perdersi e ritrovarsi, lottare contro le proprie paure, restarne destabilizzati, attoniti. Inevitabile invece smarrirsi tra i richiami ornamentali e ipnotici tipici dell’arte klimtiana, proiettati nello spazio e sui corpi dei danzatori immersi in un ultimo sofferto ed etereo abbraccio. Un respiro estetico oltre che estatico, soffio di vita e letale attimo fugace.</p>
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		<title>Presentazione OR NOT 14</title>
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		<pubDate>Fri, 02 Mar 2018 18:33:32 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[laura luppi arte]]></category>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>Nuovo numero della rivista monografica d&#8217;arte della collana OR NOT, diretta da Cristina Gilda Artese per Edizioni Arsprima.</p>
<p>OR NOT 14, uscito a gennaio 2018, è dedicato all&#8217;artista ISOBEL BLANK, ed  è curato da me e Alessandro Trabucco.</p>
<p>La presentazione si è svolta giovedì 17 febbraio presso gli spazi di GILDA CONTEMPORARY ART, in via San Maurilio a Milano.</p>
<p>Tutte le informazioni a questo link:</p>
<p><a href="http://www.gilda.gallery/presentazione-di-or-not-14-edizioni-arsprima-associazione-per-la-promozione-dellarte-contemporanea/" target="_blank">http://www.gilda.gallery/presentazione-di-or-not-14-edizioni-arsprima-associazione-per-la-promozione-dellarte-contemporanea/</a></p>
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