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	<title>Laura Luppi &#187; pubblicazioni</title>
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	<description>Il mio occhio sull&#039;arte</description>
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		<title>&#8220;Les Nuits Barbares&#8221; di Hervè Koubi</title>
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		<pubDate>Wed, 09 Nov 2022 20:38:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Laura]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Recensione dello spettacolo della compagnia di Hervò Koubi a MilanOltre Articolo pubblicato su Hestetika Online &#8220;Corpi migranti danzano a MILANoLTRE&#8221; Alla [&#8230;]]]></description>
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<blockquote><p>Recensione dello spettacolo della compagnia di Hervò Koubi a MilanOltre</p>
<p>Articolo pubblicato su Hestetika Online</p></blockquote>
<h1 class="entry-title title flipboard-title">&#8220;Corpi migranti danzano a MILANoLTRE&#8221;</h1>
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<h3>Alla 35° edizione del Festival MILANoLTRE la compagnia di danza contemporanea Hervè Koubi racconta di viaggi alla scoperta di noi stessi e dell’altro.</h3>
<p>Un ponte tra Oriente e Occidente, disegnato da trame di corpi che nel denominatore comune della danza trovano il filo per tessere la loro tela. La tela di Penelope, si potrebbe dire, in attesa che Ulisse faccia ritorno a Itaca da un viaggio che in fondo è lo stesso compiuto da ogni individuo alla ricerca delle proprie radici. Hervé Koubi, coreografo francese di origine algerina, seleziona per la sua compagnia danzatori di strada provenienti da tutto il bacino del Mediterraneo, ognuno caratterizzato da una forte personalità, presenza scenica, sorprendenti capacità acrobatiche. Insieme compongono un variegato gruppo di artisti che a tratti sembra lottare, condividere, confrontarsi, confortarsi e accogliersi.</p>
<p>Non a caso gli spettacoli presentati sul palco del Teatro Elfo Puccini di Milano parlano di migrazione, tema caro alla 35° edizione del MILANoLTRE Festival che desidera porre l’attenzione sulla condizione attuale di chi cerca un futuro migliore, scappando per terra e per mare da guerre e terrore.</p>
<h4>“Les Nuits Barbares ou les premiers matins du monde”</h4>
<p>Andato in scena il primo di ottobre, riporta alla luce la raffinatezza della cultura barbara, in parte celata ai contemporanei da una storia raccontata da un punto di vista univoco, quello di chi nello straniero ha voluto vedere riflessa l’immagine del nemico di cui avere paura. Ciò che si teme si svilisce, spesso senza ragione, anteponendo le proprie qualità, e presunte virtù, alla conoscenza profonda dell’altro. Volti mascherati da preziosi giochi di luce filtrano il confine tra noi e la nostra percezione della diversità, armati di lame taglienti come armi d’attacco o da difesa. Le danze turbinose si aprono e si susseguono in un’eterna lotta per l’appacificazione di una cultura univoca, risultato della commistione di tutte quelle già contenute al suo interno.</p>
<h4>“Ce que le jour doit à la nuit”</h4>
<p>Unire e non separare, questo il messaggio ultimo dello sforzo coreografico della compagnia di Hervé Koubi anche nel lavoro “Ce que le jour doit à la nuit”, presentato la sera successiva con un’immagine di corpi intrecciati come naufraghi sulla zattera della Medusa. Questa volta a cercare la terra ferma è il corpo di danza nelle vesti del protagonista del romanzo di Yasmina Khadra (pseudonimo dello scrittore algerino Mohammed Moulessehoul, utilizzato durante la guerra civile del 1991-2002 per motivi di censura), da cui è tratto il titolo. La citazione accomuna la vicenda evocata, e non direttamente narrata, con quella realmente vissuta da Koubi, venuto a conoscenza delle proprie origini solo in età adulta.</p>
<p>Essere quel ponte tra popoli diversi muove il desiderio di abbracciarli entrambi, nel paradosso irrisolvibile di non sentirsi appartenere in toto a nessuno dei due. L’uomo è l’eterno migrante su una terra di cui può raccogliere i frutti materiali ma anche culturali, di cui è parte integrante e artefice, ma solo interagendo all’esterno col prossimo, e all’interno con tutti gli altri racchiusi in sè. Un conflitto capace di prendere i toni dell’incontro, della caduta e della risalita, della fiducia e della partecipazione. Una visione contemporanea delle contaminazioni di luoghi, stili di danza e tradizioni dalle molteplici possibiltà, che le tracce musicali scelte completano nella loro reinterpretazione. Il suono di un flauto, un nay (strumento della musica colta e dei riti sufi), risuona infine come simbolo della dimensione spirituale dell’esistenza stessa in cammino dalla materialità verso piani superiori, la cui sacralità si respira in tutta la sala. Il ritmo incalzante delle percussioni genera salti vertiginosi e giri vorticosi da dervisci a testa in giù, mentre le gonne bianche si aprono ondeggiando in quella indagine perpetua che è la vita.</p>
<h4>“Boys don’t cry”</h4>
<p>Completa infine il panorama sul quale si muove la compagnia, questa volta ponendo l’attenzione sui pregiudizi legati alla danza maschile. Non tutti i ragazzi amano il calcio, c’è chi invece vorrebbe fare di sé un danzatore, sfidando i pregiudizi della propria società, che sia araba o occidentale. Un appello alla contemporaneità, alla libertà e all’arte, che trova il suo testo cardine in quello della storica e scrittrice francese Chantal Thomas, presentato in prima assoluta nella sua versione in italiano a MILANoLTRE festival, il 4 ottobre.</p>
<figure class="wp-block-pullquote">
<blockquote><p>“Ascoltate il flauto di canna, come si lamenta,</p>
<div class="inline-post clearfix"></div>
<p>si lamenta per il suo esilio lontano da casa”</p>
<p><cite>(Jalal al-Din Rumi)</cite></p></blockquote>
</figure>
<figure class="wp-block-pullquote"></figure>
<p>&nbsp;</p>
<figure class="wp-block-pullquote">Di Laura Luppi</figure>
<blockquote><p>link articolo</p></blockquote>
<blockquote><p><a href="https://hestetika.art/corpi-migranti-danzano-a-milanoltre/?fbclid=IwAR26ZttZYgr6QAthYAjg1sSlftY2Q_VV-52sVUvSZ3r4wMFr6JMJ2qMjFzE" target="_blank">https://hestetika.art/corpi-migranti-danzano-a-milanoltre/?fbclid=IwAR26ZttZYgr6QAthYAjg1sSlftY2Q_VV-52sVUvSZ3r4wMFr6JMJ2qMjFzE</a></p></blockquote>
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		<title>Intervista a Petra Conti</title>
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		<pubDate>Thu, 10 Oct 2019 14:09:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Laura]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[pubblicazioni]]></category>
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		<category><![CDATA[laura luppi giornalista]]></category>
		<category><![CDATA[petra conti]]></category>

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		<description><![CDATA[Sul n°33 di HESTETIKA, l&#8217;intervista alla Principal Dancer del Los Angeles Ballet, e già Prima Ballerina della Scala di Milano. &#8220;Danzare [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Sul n°33 di HESTETIKA, l&#8217;intervista alla Principal Dancer del Los Angeles Ballet, e già Prima Ballerina della Scala di Milano.</p>
<p>&#8220;Danzare la vita&#8221;, perché la forza per superare gli ostacoli si trova anche e soprattutto nelle nostre passioni, come la danza.</p>
<p><a href="www.hestetika.it/magazine/" target="_blank">HESTETIKA</a> vol. 33 Aprile 2019</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>PETRA CONTI</p>
<p>Danzare la vita</p>
<p>A cura di Laura Luppi</p>
<p>Intervista a Petra Conti, attuale Principal Dancer al Los Angeles Ballet e già Prima ballerina del Teatro alla Scala di Milano, ambasciatrice della danza italiana nel mondo e ideatrice del progetto “POINTE SHOES for a CURE”, una raccolta fondi per la ricerca e la cura del cancro infantile.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Quando la danza diventa una professione, essa spesso nasce da un’urgenza, da una necessità; una missione a cui si è predestinati, ma non priva di ostacoli, sacrifici e difficoltà. E se la strada intrapresa con dedizione e determinazione è quella giusta, i risultati non tardano ad arrivare. Così è stato per Petra Conti, nata nel 1988 da padre italiano e da madre polacca, danzatrice che ha ottenuto fin dagli esordi importanti riconoscimenti internazionali, interpretando i ruoli principali del balletto classico sui palcoscenici più prestigiosi del mondo. La malattia felicemente sconfitta, un cancro al rene diagnosticatole nel 2016, l’ha inoltre avvicinata all’organizzazione non profit CURE Childhood Cancer di Atlanta (USA), a sostegno della ricerca soprattutto a favore dei più piccoli.</p>
<p><strong>Petra, per prima cosa è un grande onore per me poterti intervistare e ti ringrazio sentitamente per aver accettato. Da appassionata mi sono sempre chiesta come possa davvero essere la quotidianità di una Étoile, di chi dedica la sua giornata, i suoi pensieri, la sua energia interamente alla danza. La prima domanda sarà subito personale, magari apparentemente banale, eppure assolutamente necessaria: Petra, cos’è per te la danza?</strong></p>
<p>La danza è il mio canale preferito di comunicazione, è il mio modo di sfogare le emozioni, un bisogno innato. Del resto la danza è nata con l’uomo, è uno dei mezzi di espressione più forti e antichi che esistano, ed è un linguaggio universale che unisce tutti.</p>
<p><strong>Puoi raccontarci il primo ricordo che hai della danza nella tua infanzia, il primo approccio al movimento, alla musica?</strong></p>
<p>Mia mamma e mia sorella sono state ballerine, e in casa si è sempre respirata aria di arte, aria di danza; ricordo che ballavo in corridoio sulle musiche di Chopin. Era poi una cosa assolutamente normale vedere mamma che si “stretchava” in spaccata di tanto in tanto.</p>
<p><strong>Intraprendere fin da piccola un percorso professionale deve aver comportato molteplici difficoltà: disciplina, impegno, regole, ritmi da rispettare e un approccio alla vita già da adulto. Secondo la tua opinione, è giusto affermare che la danza, in questo senso, ti abbia fatta crescere in fretta? Quali rinunce sono pesate e quali conquiste invece ti hanno spinta a proseguire sulla tua strada?</strong></p>
<p>La danza mi ha fatto crescere in fretta, assolutamente: a soli 11 anni ho lasciato la mia casa e la mia famiglia per inseguire il mio sogno. Tuttavia, personalmente non mi sento di aver fatto nessun sacrificio; i miei genitori, ai quali devo tutto, hanno fatto i veri sacrifici! Io ho solo cercato di essere sempre responsabile e di impegnarmi al massimo, dimostrando maturità e serietà, perché i miei non si preoccupassero e potessero essere fieri di me.</p>
<p>Certo, non ho trascorso un’adolescenza come gli altri ragazzi, non mi sono mai permessa distrazioni, ma l’ho fatto volentieri perché sapevo che stavo lavorando già per il mio futuro.</p>
<p><strong>Qual è stato il momento in cui hai preso atto del tuo destino, l’attimo in cui la danza è divenuta un’urgenza, una vocazione da seguire, una scelta inevitabile per realizzare la tua natura interiore? E quale quello in cui, se c’è stato, hai magari avuto un ripensamento, un istante di sconforto, la paura umanamente lecita di non farcela?</strong></p>
<p>La vocazione è arrivata proprio intorno agli 11 anni, quando ho iniziato l’Accademia di Danza a Roma. E come per ogni vocazione, ho avuto nel corso della mia formazione da ballerina momenti di scoramento, legati soprattutto agli infortuni.</p>
<p><strong>Chi è stata la prima persona a credere in te?</strong></p>
<p>Il mio Maestro Zarko Prebil, grande danzatore e coreografo, oltre che insegnante. È lui che mi ha insegnato cosa significa il rispetto per quest’arte, la disciplina, la passione, la venerazione. E dopo avermi seguita negli ultimi anni dell’Accademia, è stato proprio lui a dirmi che ormai mi aveva insegnato tutto quello che poteva trasmettermi ed era giunto il momento di iniziare a “volare”. Grazie a lui ho quindi avuto la fortuna di perfezionarmi in Russia, patria per eccellenza del balletto classico, presso il prestigioso Teatro Mariinsky di San Pietroburgo.</p>
<p><strong>Provo a immaginare cosa voglia dire salire sui palcoscenici dei teatri più importanti sotto i riflettori del mondo, e mi domando quanta forza mentale ci voglia oltre a quella fisica, allo studio, alla tecnica e alla preparazione del proprio corpo, per farlo dando il massimo di sé anche a livello interpretativo.</strong></p>
<p>La responsabilità che sento prima di esibirmi è la parte più stressante del mio lavoro. Essendo una Prima ballerina, io rappresento la compagnia, il teatro. In palcoscenico sono come il capitano di una nave, in un certo senso. Essere protagonisti dello spettacolo è allo stesso tempo un grande onore, un orgoglio, ma anche un fardello.</p>
<p>L’interpretazione del personaggio non mi preoccupa, anzi è la parte che mi piace di più. Lavoro quindi molto sulla tecnica e sulla preparazione fisica nei giorni prima di andare in scena, ben consapevole che il fattore più imprevedibile è lo stato d’animo che si ha prima di salire sul palcoscenico. Ed è su quello che mi concentro maggiormente nelle ore che precedono lo spettacolo.</p>
<p><strong>Da milanese quale sono, non posso che essere curiosa di conoscere alcuni dettagli della tua esperienza alla Scala come Prima ballerina. A quali ricordi di quel periodo sei più affezionata?</strong></p>
<p>In Scala mi sono formata come interprete di grandi ruoli, come Prima ballerina, come artista. I miei quattro anni a Milano sono stati anni intensi e mi hanno fatta crescere tantissimo.</p>
<p>Ricordo con particolare emozione proprio il momento in cui sono stata promossa Prima ballerina del Teatro alla Scala sul leggendario palco del Teatro Bolshoi. Avevo 23 anni, eravamo in tournée a Mosca. Eris Nezha, mio partner sulle scene e nella vita, era su quel palcoscenico con me ed anche lui è stato promosso Primo ballerino proprio quella sera. Forse la sera più bella della nostra vita.</p>
<p><strong>Cosa ti ha spinta a spostarti poi negli Stati Uniti?</strong></p>
<p>Ho voluto trasferirmi oltre oceano per rispondere al bisogno continuo di rimettermi in gioco, di confrontarmi con nuove sfide. Penso che un ballerino non si debba mai sentire “arrivato”, in quest’arte si deve costantemente aver voglia di crescere e migliorare. Poi ho sempre amato viaggiare, cambiare&#8230; non riesco a restare in un posto troppo a lungo.</p>
<p><strong>La danza ti ha fatto conoscere l’amore in tutti i sensi, compreso appunto il tuo compagno e marito Eris Nezha, col quale ti esibirai il prossimo 7 aprile al Teatro Municipale di Piacenza, nell’ambito della Stagione di Danza 2019 della Fondazione Teatri di Piacenza, per il Gala internazionale “Le stelle della danza”. Quali sono i pro e i contro (se ce ne sono) di una relazione in cui si condividono la stessa passione e lo stesso lavoro?</strong></p>
<p>Per me sono tutti “pro”! Mio marito Eris è anche il mio maestro personale, conosce tutti i miei limiti e le mie debolezze. È il mio mentore e il mio punto di forza. È davvero bellissimo lavorare insieme. E ovviamente, essendo dei perfezionisti, ci riempiamo di correzioni a vicenda. L’unico “problema” – ma che poi si rivela sempre un grande vantaggio – è che inevitabilmente ci portiamo il lavoro a casa.</p>
<p><strong>Un’ultima domanda. Si dice che un sorriso possa salvare la vita, ritieni che la danza abbia lo stesso magico potere? Perché io penso di sì.</strong></p>
<p>La danza ha la capacità di sollevare l’animo, di donare speranza, di portare sollievo ad un cuore addolorato, di regalare un sorriso e dare conforto. Con la danza siamo capaci di esternare, di sfogare i sentimenti che abbiamo dentro, ha quindi un vero effetto terapeutico sia per chi balla sia per lo spettatore. E io ne so qualcosa… Quando nel 2016 mi hanno diagnosticato un cancro al rene, la mia più grande paura, prima ancora di morire, era di non poter ballare più. La volontà di tornare quanto prima in palcoscenico mi ha spronata, insieme alle cure mediche e alle attenzioni della mia famiglia. Credo che questo sia proprio uno dei casi in cui la danza ha compiuto un piccolo miracolo nella mia vita.</p>
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		<title>THE SILVER MIRROR</title>
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		<pubDate>Mon, 18 Feb 2019 15:25:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Laura]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Articolo sul lavoro dell&#8217;artista Silvio Giordano sul n. 32 di HESTETIKA, per lo speciale dedicato al BACIO. &#8220;Silvio Giordano, artista eclettico il cui [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Articolo sul lavoro dell&#8217;artista <strong>Silvio Giordano </strong>sul n. 32 di <b>HESTETIKA</b>, per lo speciale dedicato al BACIO.</p>
<p>&#8220;Silvio Giordano, artista eclettico il cui lavoro spazia dalla videoarte alla fotografia, indaga il nostro rapporto col bacio sotto molteplici aspetti. Veicolo di un amore sconsiderato per sé o per gli altri, il bacio diventa arma letale e cortocircuito di un narcisismo patologico in atto sugli schermi dei social media&#8221;.</p>
<p>di Laura Luppi</p>
<p>L&#8217;articolo è pubblicato sul<strong> n. 32 di HESTETIKA</strong></p>
<p><strong>&#8220;THE SILVER MIRROR KISS&#8221;</strong></p>
<p>Di Laura Luppi</p>
<p>Silvio Giordano, artista eclettico il cui lavoro spazia dalla videoarte alla fotografia, dalla scultura alla performance fino all’installazione site-specific, indaga il nostro rapporto col bacio sotto molteplici aspetti. Veicolo di un amore sconsiderato per sé o per gli altri, il bacio diventa arma letale e cortocircuito di un narcisismo patologico in atto sugli schermi dei social media.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Nelle “Metamorfosi” Ovidio narra la storia di Narciso, figlio della ninfa Liriope e del fiume Cefiso, la cui sorte svelata dall’indovino Tiresia preannuncia un’unica possibilità di salvezza: non dover mai conoscere se stesso. Divenire consapevole della propria bellezza avrebbe infatti condotto il giovane verso il baratro del suo destino, innamorarsi perdutamente della propria immagine fino a diventarne vittima. E un po’ Narciso appaiono le tante figure immortalate da Silvio Giordano nella serie intitolata “The Silver Mirror”, i cui volti vengono per lo più mascherati da un plotone esecutivo di baci. Come Narciso dei suoi tratti cerca di afferrare la sostanza toccando lo specchio d’acqua in cui si trova riflesso &#8211; intorbidito o annullato per così dire da quel suo tentativo utopico -, così i protagonisti dei lavori di Giordano si riscoprono presi o catturati dalla gloria ambita per vanità e bisogno di autoaffermazione. Che siano sotto forma di lusinghe verbali, manifestazioni fisiche o virtuali di approvazione sterile come un “mi piace” da social network, il bacio simboleggiato da Silvio Giordano ha poco del romantico e molto dell’apocalittico. Senza trascurare una certa ironia messa in atto nell’autoritratto “Local Hero” &#8211; di cui l’autore è soggetto attivo insieme alla ricerca di riconoscimento del suo operato in quanto artista, e passivo tanto da riscoprirsi martire di tale desiderio -, il moltiplicarsi del bacio risuona come una sorta di eco, di ripetizione volta al dileguamento. Nel mito di Narciso affiora non a caso la figura di Eco, ninfa ferita dal rifiuto dell’amato e condannata così a consumarsi nell’autodistruzione per la delusione sentimentale subita, di cui resta unica testimonianza la voce che lentamente si affievolisce perpetuandosi nell’oscurità. Fato a cui è inevitabilmente volta la scultura “Grimilde” (2012), realizzata con pasta di rossetto, un vezzo cosmetico per mezzo del quale il bacio donato aspira a lasciare traccia o segno nel tempo. Un tempo labile, vulnerabile come la bellezza e la vanità, un inganno celato nel gioco di rifrazioni dello specchio delle brame della videoinstallazione realizzata site-specific nel 2012 (“The Silver Mirror”) nell’antica dimora della famiglia di stilisti Cavalli a Firenze, o nella proiezione della serie di fotografie (“The Silver Mirror II”) esposte nel 2015 a Milano nella cornice acquatica dei Navigli. Il delirio narcisistico, autoreferenziale e di onnipotenza in cui la società contemporanea incamera e inghiotte, diviene bisogno di attestare la soggettiva esistenza esibendosi in una sorta di palcoscenico mediatico. Gli attuali strumenti di comunicazione viaggiano in rete in maniera veloce ed efficace, e portano a imprimere la propria presenza in una dimensione virtuale, ma pur sempre reale, aspirando alla conquista di un’identità socialmente riconosciuta, ammirata o fanaticamente seguita. «<em>Posto, dunque sono</em>», verrebbe da dire.</p>
<p>La riflessione di Silvio Giordano, abile osservatore delle dinamiche psicologiche derivate dalla smania di successo dell’individuo odierno smarritosi nell’oblio di valori o di punti di riferimento, non vuole essere una critica serrata ma ambisce a ciò che da sempre l’arte tenta di trascivere: una visione, un’immagine restituita &#8211; appunto &#8211; dei suoi tempi. Ancora oggi presente e passato non smettono di dialogare, e non si esaurisce neppure l’interconnessione tra i più tradizionali e innovativi mezzi espressivi. “The Kiss”(2014) abbraccia questo concetto, il quale prende forma dalla fusione di due icone dell’immaginario artistico, un incontro digitale tra il celebre dipinto di Hayez “Il Bacio” (1859) e “V-J Day in Times Square” (1945), lo scatto in bianco e nero di Alfred Eisenstaedt divenuto emblema della fine della seconda guerra mondiale. Pittura e fotografia trovano così un punto di contatto trasversale, nonostante l’apparente distanza storica delle due scene rappresentate e dei linguaggi utilizzati, alla ricerca di uno spazio comune concesso dalle nuove tecnologie e dai molti strumenti a disposizione dell’artista contemporaneo. Non solo pittura e scultura, quindi, ma anche fotografia ed elaborazione digitale, post-produzione, video e installazioni si intersecano per parlare di una tematica tanto più attuale come il culto di sè.</p>
<p>Attraverso la performance, infine, l’ego giunge all’apice della sua espressione autoreferenziale, incaricando il bacio (dato o ricevuto) del ruolo di giudice indiscusso, in un incantesimo che si compie e si annulla, libera e imprigiona come quello del principe alla Bella Addormentata, fiaba recentemente accusata dalla madre di un piccolo alunno del Regno Unito di incitare alla molesta sessuale. Notizia che, ovviamente, ha fatto il giro del web in pochi minuti. Come non pensare ancora una volta a un’opera di Silvio Giordano? “The Silver Mirror Kiss III” (2017) vede protagonista una moderna Aurora, sdraiata a terra, priva di sensi ed emaciata di baci, sfinita per così dire da troppa gloria o da una relazione ossessiva con sé o con altri. Il tema assume in questo caso diverse possibilità interpretative, toccando argomenti attuali come la violenza fisica o psicologica di un rapporto malsano, ma anche &#8211; e ancora una volta &#8211; la carneficina a cui sottoponiamo noi stessi esponendoci costantemente sotto i riflettori del mondo, in cerca di conferme e adulazioni che spesso purtroppo si rivelano baci fatali quanto il morso di una mela avvelenata.</p>
<p><a href="https://www.silviogiordano.com/" target="_blank">https://www.silviogiordano.com/</a></p>
<figure id="post-1720 media-1720" class="aligncenter dupZoom_btn" data-dupzoom="http://www.lauraluppi.com/wp/wp-content/uploads/2019/02/49842963_10218148178398719_9022625162360520704_o.jpg">
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</figure>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Il corpo come FORMA PURA</title>
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		<pubDate>Mon, 18 Feb 2019 15:07:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Laura]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Intervista allo scultore Christian Zucconi sul n.30 di HESTETIKA &#8220;Christian Zucconi mette a nudo il bello scolpendo la materia, dando forma [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Intervista allo scultore <strong>Christian Zucconi</strong> sul n.30 di <strong>HESTETIKA</strong></p>
<p>&#8220;Christian Zucconi mette a nudo il bello scolpendo la materia, dando forma ai corpi umani capaci di svelare le loro cicatrici e, con esse, la loro possibilità di salvezza&#8221;.</p>
<p>di Laura Luppi</p>
<p><a href="https://www.hestetika.it/magazine/" target="_blank">www.hestetika.it/magazine/</a></p>
<p><strong>&#8220;IL CORPO COME FORMA PURA-&#8220;</strong></p>
<p>Christian Zucconi mette a nudo il Bello scolpendo la materia, dando forma a corpi umani capaci di svelare le loro cicatrici e, con esse, la loro possibilità di salvezza.</p>
<p>A cura di Laura Luppi</p>
<p>Quando si parla di arte secondo l’accezione greca (<em>téchne</em>) che include la capacità manuale oltre a quella intellettuale di operare in una determinata attività, non si può non pensare ai grandi maestri del passato. Eppure, per fortuna, anche nella contemporaneità ci sono artisti che “sanno fare” con “perizia” e la cui abilità funge da strumento imprescindibile per una ricerca eclettica e introspettiva. Lo scultore piacentino Christian Zucconi ha risposto alle mie domande ripercorrendo la strada che lo ha condotto dai suoi primi e giovani passi alla maturità attuale, non priva di nuove prove e sfide personali.</p>
<p><strong>Christian, i tuoi esordi con la scultura affondano le radici nella classicità, guardando ad artisti come Michelangelo e alle sue opere monumentali, una maniera di procedere con la materia marmorea ben diversa da quella con la quale ti relazioni oggi. Ricordi quali suggestioni ti evocavano quei capolavori?</strong></p>
<p>Ho iniziato a lavorare il marmo da bambino, con le forze e le fantasie di un bambino che vuole fare lo scultore perché tale si sente (senza conoscerne il motivo, né la molla, ma tant’è); nella testa un solo modello, negli occhi quelle immagini inspiegabili e perciò potenti. Tuttavia, per quanto le forze e le fantasie di un bambino siano illimitate dal punto di vista astratto, concretamente devono maturare per diventare personali. Non migliori, personali. Oggi niente ho perso dello stupore di colui che guarda, ma da scultore non sento più di poter esprimere quel tipo di monumentalità: il mondo e io stesso siamo rimpiccioliti.</p>
<p><strong>La tua ricerca artistica si è spinta presto verso altri orizzonti, lontano dall’estetica scultorea tradizionale nella direzione di un linguaggio che potesse parlare con maggiore efficacia all’uomo contemporaneo. Da un’idea di bellezza stereotipata del corpo sei giunto a un’indagine più intimista su esso, a interrogativi in grado di sollevare questioni che riguardano la coscienza collettiva, le paure, le angosce individuali e allo stesso tempo sociali. Com’è nata questa svolta nel tuo percorso?</strong></p>
<p>Osservando il corpo come pura forma. Che non significa disinteresse al contenuto, perché in questo caso è lo stesso: il corpo è contenente e contenuto, la forma ne è la figura. Osservando il corpo come pura forma si scoprono bellezze inaspettate, e quello che non si aspetta spaventa, e tutto quello che spaventa viene condannato senza appello, o mascherato. Questo a volte porta a un’estetica rassicurante, che rende accettabili alla vista anche le cose più atroci. Con il mio lavoro non vorrei rendere accettabile il brutto, il diverso e lo spaventevole, bensì scoprirne il bello e metterlo in piena luce.</p>
<p><strong>La tecnica “Kenoclastica” da te ideata &#8211; consistente nella distruzione di un lavoro completato, il suo svuotamento e la sua successiva ricomposizione – sembra parlarci di ferite fisiche quanto interiori con la violenza della loro immediatezza. A nudo infatti paiono esserci non solo i corpi, mutilati o riassemblati, ma anche le nostre emozioni (con la loro carne viva e sanguinante), accentuate altresì dai tuoi atti performativi (come quello su <em>Depositio Christi</em> del 2016) che con questo procedere hanno a che fare. Una distruzione a cui segue sempre una rinascita sofferta, è così?</strong></p>
<p>Per provare a comprendere ciò che non posso vedere e toccare, da sempre ho bisogno di creare forme tangibili, di scavare nella pietra, di sentirmi io stesso pietra. Nel contesto di questa identificazione rituale con il materiale, rompere, spezzare un’opera finita significa caricarla (e caricarmi) di altre possibilità. La ferita comporta da una parte il dolore e dall’altra la speranza. Le cicatrici sono i “segni” che sulla pelle (e sotto la pelle) testimoniano il percorso di guarigione.</p>
<p><strong>I tuoi corpi spesso si trovano a dialogare con spazi espositivi museali importanti, come il Castello Sforzesco di Milano o i Musei Civici di Palazzo Farnese di Piacenza, relazionandosi con la mitologia classica oppure con la religiosità cristiana. Qual è il punto di contatto tra questi ambiti e il tuo lavoro? Può forse essere individuato nella riflessione sull’uomo punito dagli Dei a causa della sua tracotanza e sull’idea di martirio alla base della santificazione dell’uomo cristiano?</strong></p>
<p>È la sintesi di cultura classica e cristiana a fondare la cultura occidentale. Lo vediamo bene in Dante, dove elementi dell’una integrano e completano elementi dell’altra creando un nuovo mondo. In questa sfera mi muovo: da scultore nato a Piacenza alla fine degli anni Settanta del Novecento. In questa sfera concepisco i miei lavori: partendo dallo spazio e dal contesto dove dovranno mostrarsi e respirare. Tutto il mio lavoro si basa sul dialogo con lo spazio e con il tempo, non come nostalgico richiamo al passato, piuttosto per la convinzione che la storia sia un infinito presente. Potermi relazionare a spazi così importanti e pregni di storia è stata una fortuna e un onore, tuttavia ogni spazio espositivo, dal più grande al più piccolo, mi ha dato la possibilità di continuare questo dialogo, e sono grato a tutti coloro che negli anni lo hanno reso possibile.</p>
<p><strong>Quando si parla di corpo si parla anche di sessualità di genere, argomento assolutamente attuale e suggerito da molte delle tue opere scultoree. Come si sviluppa all’interno della tua ricerca?</strong></p>
<p>Il genere è una convenzione culturale, la sessualità no. L’argomento è attuale proprio perché la nostra cultura sta cambiando, e, cambiando l’approccio culturale, cambiano anche le immagini che lo rivelano. Forse l’essere umano non avrà più la grandezza morale per mettere un nudo di quattro metri in piazza, ma sarebbe un peccato non vederne più la bellezza in quanto corpo. Il corpo di ogni essere umano, ma proprio di tutti, è un capolavoro. Ricercare nell’anomalia, congenita o acquisita, in ciò che è diverso, è ricercare nell’alterità una forma comune, e perciò un’identità comune, che nello spettatore sembra perduta.</p>
<p><strong>L’ultima evoluzione del tuo lavoro ha a che fare non solo col corpo, ma anche col movimento, caratteristica preclusa alla scultura classica. Hai infatti realizzato una serie di opere per lo spettacolo teatrale “Cicatrici” di Kronoteatro, in prima assoluta alla 46° Biennale di Venezia Teatro il 31 luglio, per le quali hai temporaneamente abbandonato il travertino persiano preferendo l’utilizzo del legno. Puoi anticiparci qualcosa a riguardo?</strong></p>
<p>Tutto parte dall’idea di agire su una scultura definibile “terminata”. Sembra che uscita dal laboratorio un’opera sia immutabile, non abbia più storia. Invece porta segni che testimoniano una vita indipendente dall’artefice. “Cicatrici” mi permetteva di spostare l’asticella delle conseguenze, di concepire sculture neutre e pulite per essere sporcate e riempite di vita dagli attori. In questi termini ho aderito immediatamente al progetto di Kronoteatro, con entusiasmo e senza pensare alle concrete problematiche. Come un bambino, per l’appunto, e i problemi si sono immediatamente presentati. In una situazione di scena l’utilizzo del legno era infatti d’obbligo, anche solo per la questione del peso, e, non avendo esperienza né sul materiale né sulla materia, ho avuto il privilegio di ripartire dal principio: dallo studio dell’intaglio a quello del teatro, classico e di figura; dalla grande tradizione emiliana dei burattini alle marionette; dalle bambole fino ai manichini anatomici e alle statue da vestire della religiosità popolare. Quello che ne è uscito è la mia interpretazione di questi mondi, e la meravigliosa danza di Tommaso e Noah che ho vissuto come colui che guarda.</p>
<p><a href="http://www.christianzucconi.it/" target="_blank">http://www.christianzucconi.it/</a></p>
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		<title>Egon. Introspettiva da Klimt a Schiele</title>
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		<pubDate>Fri, 02 Mar 2018 18:43:35 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[La mia recensione sullo spettacolo di danza contemporanea &#8220;Egon. Introspettiva da Klimt a Schiele&#8221; del danzatore e coreografo Leonardo Diana, compagnia [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>La mia recensione sullo spettacolo di danza contemporanea &#8220;Egon. Introspettiva da Klimt a Schiele&#8221; del danzatore e coreografo Leonardo Diana, compagnia Versiliadanza.</p>
<p>Pubblicato su <a href="http://www.hestetika.it/magazine/" target="_blank">HESTETIKA N.28 &#8211; GENNAIO 2018</a></p>
<p><strong>&#8220;EGON. INTROSPETTIVA DA KLIMT A SCHIELE&#8221;</strong></p>
<p>Di Laura Luppi</p>
<p>La nuova produzione della compagnia Versiliadanza riporta l’uomo al centro della sua indagine, con un viaggio introspettivo tra i sogni e gli incubi segreti dipinti da Gustav Klimt ed Egon Schiele agli inizi del Novecento.</p>
<p>Danzare l’arte sembra un compito piuttosto scontato, considerando la danza stessa un’arte per definizione. Eppure non così facile è portare in scena l’arte dei grandi maestri visivi con l’arte della danza. La sfida è ardita, ma Leonardo Diana, coreografo e interprete di EGON. INTROSPETTIVA DA KLIMT A SCHIELE (in prima nazionale al Teatro Cantiere Florida di Firenze a fine ottobre 2017), ci riesce con estrema immediatezza ed eleganza. Diana inizia l’impresa come entrandovi sulle punte, metaforiche e non da ballo, perché sul palco muove i primi passi a piedi nudi, con la carne del suo corpo in una lenta, scomposta eppur armonica convulsione. Lo fa sulle note di musiche originali di Andrea Serrapiglio e Luca Serrapiglio, ispirate a sinfonie di Ludwig Van Beethoven, Johannes Brahms, Gustav Mahler e Arnold Schönberg e sulle quali fin da subito palpitano concitati i gesti di un’altra danzatrice sullo sfondo, prima controparte o lato inconscio del protagonista. Di inconscio in effetti si parla ogni volta che si osserva una delle grandi opere di Egon Schiele (1890 – 1918), con quella schietta e nuda verità che trasuda dai suoi soggetti: apparteniamo tutti al genere umano, combattuto tra emozioni, desideri repressi, nascosti e manifesti, tra senso di colpa e pregiudizio, tra la nostra natura selvaggia, il bisogno di un equilibrio stabile e le forzature della società o – come avrebbe detto Sigmund Freud – tra Es, Io e Super-Io.</p>
<p>“<em>Amo i contrasti</em>”, aveva scritto lo stesso Egon Schiele, non a caso. I tempi di Hans Makart (1848-1884), del pittore della grande borghesia di Vienna, erano ormai finiti. L’industrializzazione a cavallo tra i due secoli, con la sua ondata migratoria di manodopera, aveva costretto molte persone a vivere in condizioni disagiate, spezzando l’incantesimo di un presunto benessere. Un senso di inquietudine aleggiava per le vie della città e tra i caffè letterari, di tensione, di incertezza. Dal sogno si era piombati improvvisamente in una sorta di incubo da molti ancora negato, come un’indagine profonda oltre il lato superficiale delle cose, alla ricerca dell’essenza controversa e sconvolgente dell’animo umano nel tentativo di rifuggirla. In questo periodo nascevano le basi della psicanalisi freudiana, le riflessioni logico filosofiche di Ludwig Wittgenstein e le opere di Gustav Klimt (1862 – 1918), tra i primi artisti a recepire appieno il drammatico rivolgimento in atto e a ribellarsi contro la suddetta “epoca Makart”. I soggetti ritratti non erano più i rappresentanti della borghesia, ma i personaggi mitologici dalla forte carica simbolista, con la drammaticità dell’elemento femminile nei panni di una Erinne assetata di vendetta, pronta a ristabilire l’antico ruolo depredato da una società patriarcale e repressiva. “Nuda Veritas” (1899, versione litografica 1898) intitolava una delle celebri opere klimtiane ritenute scandalose dal perbenismo viennese, con quell’erotismo implicito della femme fatale il cui specchio tenuto tra le mani e rivolto allo spettatore esortava a fuggire dalla menzogna, dando il via alla Secessione.</p>
<p>Disprezzato e criticato, il giovane e talentuoso Schiele aveva trovato proprio in Klimt l’approvazione e il sostegno per non lasciarsi condizionare dal gusto accademico imperante e da una morale fin troppo puritana. Nella sua indagine sull’uomo si era già spinto in profondità, verso gli abissi plumbei della natura umana, tra le pulsioni opposte di vita e di morte, e in direzione delle tematiche più imbarazzanti e peccaminose per l’epoca: la sessualità libera e lasciva, l’omosessualità, l’autoerotismo. Si rivolgeva a Klimt come a un maestro, ammirando le donne da lui ritratte con la forza espressiva dei loro sguardi, di corporature scarne, e di quelle mani ossute e suggestive nella modulazione del loro gesto, protagonista e tratto inconfodibile anche delle successive opere di Egon.</p>
<p>Dal gesto, dunque, prende il via EGON. INTROSPETTIVA DA KLIMT A SCHIELE, con drammaturgia di Filippo Figone e Leonardo Diana. Senza filtri o canoni prestabiliti i quattro danzatori &#8211; Barbara Carulli, Valentina Sechi, Naomi Segazzi e lo stesso Leonardo Diana &#8211; si alternano in intensi assoli per poi interagire come in preda a sensazioni contrastanti. Dapprima sembrano ignorarsi, poi incontrarsi, scontrarsi, attrarsi e negarsi, per fondersi infine in un unico abbraccio fatto di abbandono e angoscia, di passione e solitudine. La presenza di più attori in azione pone inoltre il dubbio che in realtà essi ne rappresentino uno solo, l’uomo, con le sue molteplici sfacettature e personalità da comprendere e domare; la stessa ipotesi teorizzata dalla critica per molte delle opere di Egon Schiele nella sua raffigurazione di un’unica donna osservata da differenti posizioni e prospettive a volo d’uccello, in un’indiscreta intimità da camera. Nonostante suscitassero scandalo, i disegni e gli acquarelli sul tema possedevano la qualità dell’onestà, della verità, nuda e cruda &#8211; appunto -, e non priva di una certa ritualità. “<em>Anche l’arte erotica possiede una sua sacralità</em>” scriveva l’artista in una lettera allo zio, e sacro sembra essere il filo emozionale che lega gli interpreti sul palco quanto l’ambiente essenziale che li accoglie, animato da luci ed effetti visivi di forte impatto. Con l’ausilio delle nuove tecnologie adottate da Video PROFORMA (Nicola Buttari, Martino Chiti), del light design di Gabriele Termine e della scenografia di Eva Sgrò, la contemporaneità irrompe in scena senza turbare il clima di fine Ottocento a cui viene fatto riferimento diretto con le vesti tipiche delle modelle di Schiele. La connotazione temporale in fondo non risulta poi così fondamentale, date le tematiche sempre attuali a cui l’opera degli artisti e del coreografo si rifanno: perdersi e ritrovarsi, lottare contro le proprie paure, restarne destabilizzati, attoniti. Inevitabile invece smarrirsi tra i richiami ornamentali e ipnotici tipici dell’arte klimtiana, proiettati nello spazio e sui corpi dei danzatori immersi in un ultimo sofferto ed etereo abbraccio. Un respiro estetico oltre che estatico, soffio di vita e letale attimo fugace.</p>
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		<title>Dentro il SOGNO con ARRIVABENE</title>
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		<pubDate>Mon, 15 Jan 2018 15:35:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Laura]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Intervista all&#8217;artista colto e raffinato Agostino Arrivabene, per parlarci si sogno attraverso la sua arte. Pubblicato su HESTETIKA N. 28 &#160; [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Intervista all&#8217;artista colto e raffinato Agostino Arrivabene, per parlarci si sogno attraverso la sua arte.</p>
<p>Pubblicato su <a href="http://www.hestetika.it/magazine/" target="_blank">HESTETIKA N. 28</a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>&#8220;DENTRO IL SOGNO&#8221;</strong></p>
<p>A cura di Laura Luppi</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Agostino Arrivabene è un artista raffinato, colto, sofisticato. Nei suoi dipinti la realtà sembra parlarci attraverso il sogno, tra gli echi di antichi miti sacri e pagani che risuonano ancora nel nostro presente.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Quella di Agostino Arrivabene è un’arte che non guarda al passato per imitarlo o rievocarlo per vezzo o per puro manierismo. Quella di Agostino Arrivabene è un’arte che indaga l’inconscio, le paure e le speranze di una contemporaneità le cui radici risiedono tra le orme degli avi. Alcune figure mitologiche al centro delle sue opere ci accompagnano in un viaggio virtuale eppure attuale, come sempre attuali sono i mostri che abitano le segrete del nostro spirito, tra le pulsazioni contrastanti, i lontani enigmi mai risolti e l’apparizione di nuove visioni.</p>
<p><strong>ORFEO. Una delle figure chiave della tua ricerca è la divinità greca, artista per eccellenza, rappresentante del mondo onirico strettamente legato a quello degli inferi. Grazie a Orfeo ci hai condotto nel lato oscuro delle nostre passioni. Com’è iniziato questo viaggio?</strong></p>
<p>Orfeo si stagliò sull’orizzonte del mio mondo pittorico contemporaneamente allo studio del movimento simbolista, durante gli anni scolastici all’Accademia di Belle Arti a Milano. Gustave Moreau e Jean Delville furono i primi a dipingere con grande potenza espressiva l’immagine di Orfeo cantore e citaredo, in cui vi rintracciai l’urgenza del viaggio nel profondo dell&#8217;anima. Orfeo è il viaggiatore dei due regni, il mondo terreno e l’oltretomba, e in lui si radunano molti archetipi: per mezzo della musica e del canto egli domina la materia informe; attraverso la poesia muta il regno caotico, proiettandolo in una dimensione di grazia divina; con la discesa negli inferi riorganizza la realtà con equilibrio, armonia e bellezza.</p>
<p>Il mio dipinto eseguito nel 1994, al quale mi sono dedicato con molti studi, prove di disegno e bozzetti, raffigura Orfeo che supplica davanti alle bocche dell’Ade, nelle sette notti e nei sette giorni successivi al suo fallimento d’amore e alla resurrezione di Euridice. Immagine della sconfitta dell’artista incapace di vincere la morte, egli rappresenta la tensione mai ultima e irrequieta del genio che chiede ragione della verità. La lira simboleggia un concetto astratto: “la coincidentia oppositorum” o coincidenza e fusione degli opposti. In alchimia ogni opposto &#8211; oro e argento, giorno e notte, sacro e profano, vita e morte, vecchiaia e giovinezza &#8211; ambiscono sempre alla loro tregua, come il maschile e il femminile nell’androginia. Al centro della lira si trova quindi l’androgino platonico: le due nature sessuali generano ibridandosi la mostruositá di un’unica creatura primordiale che regge le sette corde della lira come condizione che pone l’essere in unico punto di vista. L’androgino è la soglia verso l’imperituro.</p>
<p>Orfeo è dunque l’impulso ctonio dell’uomo che scava nel proprio inconscio, alla ricerca del significato della propria anima anche attraverso il sogno, strettamente legato al regno infero mitologico (alla base di tutta la psicanalisi freudiana e junghiana).</p>
<p>Secondo Eraclito, l’anima desidera andare più addentro e oltre la realtà, perché “<em>la trama nascosta è più forte di quella manifesta</em>”. Per giungere alla struttura fondamentale delle cose occorre penetrare nella loro oscurità, poiché la natura ama nascondersi.</p>
<p><strong>PERSEFONE. La realtà è un sogno, e il sogno a volte include la realtà. Come due dimensioni che si compenetrano, quella della veglia e quella del sonno si alternano come la vita e la morte nell’eterno ciclo dell’esistenza. Molti tuoi lavori sono caratterizzati da una minuziosa precisione per il dettaglio (che personalmente associo all’atto della coscienza vigile e attenta, razionale) e al contempo da sezioni di non finito (le quali rimandano alle atmosfere oniriche, ai ricordi offuscati e danneggiati dal tempo, allo sconcerto dovuto al bagliore della luce mattutina al primo risveglio). Queste ultime possono essere interpretate anche come nuove possibilità sia per te come artista che per lo sguardo dell’osservatore che le esperisce?</strong></p>
<p>Sonno (Hypnos) e Morte (Thanatos) sono i figli della dea Notte (Nyx), generatrice di altre creature eteree o mostruose, tutte abitanti del regno infero a cui si accede proprio tramite la porta della notte. Il sogno oscilla con la morte in una danza eterna. Alcmeone di Crotone scriveva: &#8220;<em>gli uomini muoiono perché non sanno ricongiungere il principio con la fine</em>”. Ade e Persefone sono entrati nella mia vita come due nuove identità distinte e opposte l’una all’altra: la vita e la morte. Io sono Persefone toccata ed amata dalla morte, e sono anche Ade, mio destino ultimo.</p>
<p>Il peregrinare fra diversi codici espressivi nella mia pittura ricorda le possibilità di scelta dell’uomo di fronte alla realtà: vivere sentendosi parte della società o rifiutarla dedicandosi a una dimensione di totale abbandono che porta alla follia. Oscillando tra questi eccessi dell’anima ho saputo tradurli con i linguaggi della pittura e del segno, sublimando ogni ansia. Il dettaglio e la sua calligrafia pittorica sono per me come un&#8217;ossessionante nenia, una preghiera perpetua, che scandisce il mio desiderio di comprendere tutto il cosmo e il microcosmo. Dal punto di vista tecnico è il retaggio del mio amore per tutta l’arte fiamminga e la delicatezza dello sfumato leonardesco.Tutto sorse dalla maestria tecnica con cui Jan van Eyck dipinse un prato fiorito di viole, un giardino d’aranci e fichi, in cui ogni frutto pulsava di vita come riflesso dell’intero universo; dal “Tondo Doni” di Michelangelo, da “Sant’ Anna, la Vergine, il Bambino e l’Agnello” di Leonardo da Vinci che mi fece sobbalzare per quegli azzurri così perfetti, alla luce del nevaio di un paesaggio primordiale . Questi saranno sempre i lampi dell’arte del passato capaci di illuminare le mie untuose nebbie contemporanee, il vero conforto della bellezza ai nostri pensieri carichi di domande irrisolte.</p>
<p>Per quanto riguarda l’aspetto formale di questa mia oscillazione tra i due estremi in pittura, posso solo dirti che la dimensione ossea, scarna di un dipinto, la sua pittura magmatica che sostiene la pelle dell’immagine sono due modi per percorrere una strada accidentata verso il mistero; bende che curano e chiudono un flusso oppure bisturi che rivela la carne pura. Resto comunque consapevole che non serve alcuna pelle per attutire o comprimere la pressione e il pulsare informe dell’ infinito.</p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>VANITAS. Le nature morte alludono alla caducità dell’esistenza terrena con la presenza di elementi simbolici ad essa associati, come il teschio. Eppure individuo sempre vita nelle tue opere, tra il germogliare perpetuo di fiori e radici dal corpo e dalle menti dei tuoi personaggi. Vita che sgorga come dalla sua eterna fonte.</strong></p>
<p>È una morte che rinasce e che si riscatta, il pulsare della vita erompe dalla carne, un&#8217;invasione di forme nuove gestano nuovi legami con i diversi mondi: umano e vegetale e animale, tutto è un pulsare continuo di distruzione e mutazione. La natura deforma e mescola ogni elemento, la vita sorge riempiendo ogni anfratto. Se la vanitas in passato era un memento mori, ora per me è un memento vitae.</p>
<p>Abbiamo saputo creare e disegnare la morte nel corso del tempo come qualcosa di terribile e orrorifico, ma è solamente un confine in cui si palesa un apparente arresto. La vita entra a divorare i tessuti per crearne altri in una danza irrequieta, mutamento e trasformazione per mezzo della distruzione.</p>
<p><strong>IL SOGNO DI ASCLEPIO. La tua pittura ha dei forti richiami all’arte simbolista, a quella bizantina, preraffaelita e in parte surrealista, superandole tutte. Una pittura che è anche segno, e che nel segno trova le sue radici, le sue cicatrici da curare; è dunque questo il rapporto che hai instaurato col disegno?</strong></p>
<p>La cura che sostiene il dettaglio pittorico serve a rivestire una carne di pittura. Come accennavo, serve a chiudere e a cicatrizzare una pulsazione o un fremito della materia che nella pittura palesa la sua natura primordiale attraverso la macchia e la massa informe o astratta. E così, sia nella pittura che nel disegno, non azzardo mai il sorgere di un&#8217;immagine sul livore bianco della carta, di una tavola o di una tela, ma mi servo di una storia che antecede l&#8217;immagine, fatta di graffi, di segni tellurici, di mappature casuali. A volte questo substrato preferisco lasciarlo scoperto come un nervo sfrangiato, una lacerazione e una scarnificazione, come il disvelare di ogni mia menzogna o vulnerabilità.</p>
<p>Il disegno fu sin da subito la disciplina che al meglio mi servì per dar luce ai miei sogni ed alle mie epiche. Era il disegno il mio primo confidente, permettedo alla pittura di rassodarsi attraverso un&#8217;immagine sintetica, il mezzo per visualizzare al meglio un&#8217;immagine della mente. Prima ancora della pittura, il disegno è un’eco del sogno o un&#8217;ecografia di un viaggio interiore.</p>
<p><strong>LUCIFERO. Colui che dona la luce, e dunque la conoscenza, la stella del mattino. Conoscere se stessi per mezzo delle situazioni e delle emozioni vissute, le quali non escludono qualche caduta, è un percorso faticoso e molto spesso doloroso. Può l’arte svolgere ancora oggi una sorta di catarsi, o liberazione?</strong></p>
<p>lo penso e spero che tutte le arti possano portare verso la conoscenza della propria natura interiore e far ricongiungere il limite del pensiero umano con il suo opposto slancio verso l’infinito. L’arte è la porta della percezione che va al di là dell’apparente. Hai menzionato Lucifero come colui che ambisce alla conoscenza assoluta e, tradendo Dio, fallisce. Eppure esiste una strada per arrivare alla verità: attraverso il percorso del dolore e della passione l’uomo può conoscere se stesso.</p>
<p>In questa epoca dove l’ambizione umana verso il potere riempie e contraddistingue ogni azione e disciplina, c’è poco spazio per conoscersi realmente e proiettarsi verso una catarsi o liberazione attraverso l’arte. Vedo più un abuso nei riguardi dell’arte che un rispetto e uno sguardo che porti ad un&#8217;indagine umanistica.</p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>AUTORITRATTO PANTOCRATOR. Un’ultima doverosa domanda: in cosa crede Agostino Arrivabene, nel sogno o nella realtà?</strong></p>
<p>È decisamente meglio sognare .</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>www.agostinoarrivabene.it</p>

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<p><img class="size-full" src="http://www.lauraluppi.com/wp/wp-content/uploads/2018/01/26112098_10214615682248424_2743455601209562777_n.jpg" alt="" /></p>
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		<title>Intervista a Federico Luger</title>
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		<pubDate>Mon, 15 Jan 2018 15:26:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Laura]]></dc:creator>
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		<category><![CDATA[laura luppi giornalista]]></category>
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		<description><![CDATA[Gallerista e artista, Federico Luger si racconta nel nuovo numero di Hestetika! HESTETIKA N.28 In edicola, in libreria, e sulla piattaforma [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Gallerista e artista, Federico Luger si racconta nel nuovo numero di Hestetika!</p>
<p><a href="http://www.hestetika.it/magazine/" target="_blank">HESTETIKA N.28</a></p>
<p>In edicola, in libreria, e sulla piattaforma LeKiosk</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>&#8220;PENSARE CON LE IMMAGINI&#8221;</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>A cura di Laura Luppi</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Di origine venezuelana Federico Luger si trasferisce in Italia all’età di 21 anni, stabilendosi a Milano prima come artista e poi come gallerista, fondando nel 2005 la Federico Luger Gallery.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Attualmente situata all’interno di SPAZIO 22, in dialogo e scambio professionale con la Galleria Pack di Giampaolo Abbondio, la galleria di Federico Luger guarda alla giovane arte contemporanea, senza dimenticarne i grandi maestri.</p>
<p><strong>La tua più grande passione è l’arte, a cui ti sei avvicinato in diversi modi. Prima come artista, poi come curatore e gallerista. Quando è iniziato tutto?</strong></p>
<p>Da ragazzino, quando non sapevo niente di niente.</p>
<p><strong>Pittore, fotografo e artista concettuale. A quale dei tuoi tanti progetti artistici ti senti più legato?</strong></p>
<p>Al pensiero. Questo pensiero a volte trova delle forme che si assimilano all’arte. Nel futuro non vorrei essere considerato un artista, ma una persona che pensa usando delle immagini.</p>
<p><strong>In una tua intervista ho letto quello che Enzo Cucchi, riferendosi alle tue opere, disse di te: “finalmente uno che sogna”. Com’è nato invece il sogno di una galleria d’arte contemporanea?</strong></p>
<p>Ero con Diango Hernandez, anche lui appena emigrato in Italia. Eravamo a Trento, da soli, a parlare di tante cose. Alla fine abbiamo deciso di organizzare una mostra, e questa mostra è ancora in corso. Dodici anni di mostre, per la precisione&#8230; So che sembra una risposta incompleta ma, a dire il vero, non avevo neanche un business plan (un progetto imprenditoriale) in mente all’inizio. Io vivo molto il presente: sognare vivendo, vivere sognando.</p>
<p><strong>Qualcuno si è chiesto se questa tua duplice attività, di gallerista e artista, non comporti un conflitto di interessi, ma tu prosegui con impegno e costanza il tuo lavoro su entrambi i fronti, senza lasciarti condizionare. Qual è, secondo te, l’aspetto più difficile per un artista e quale per un gallerista? Infine, quale per chi come te svolge entrambe le professioni?</strong></p>
<p>Finora avrò venduto più di 600 opere di altri artisti con la mia galleria. Se contassi invece le vendite dei miei lavori, credo che non arriverei neanche a tre; costano ancora troppo poco!</p>
<p>Ogni artista e ogni gallerista è diverso dall’altro, ognuno ha una propria individualità. Non credo ci sia una formula universale per capire cosa sia più facile e cosa sia più difficile per ciascuno. Però credo che, in entrambi i casi &#8211; sia per un artista che per un gallerista-, alzarsi presto la mattina aiuti.</p>
<p><strong>La Federico Luger Gallery ha avuto diverse sedi, l’ultima &#8211; quella attuale &#8211; è situata all’interno di SPAZIO 22, luogo policulturale dedicato all’arte contemporanea e condiviso con la Galleria Pack. Com’è nata l’idea?</strong></p>
<p>L’idea è nata parlando. Giampaolo è un amico molto appasionato di arte e di musica. È una persona con una sua chiara visione dell’arte, seppur diversa dalla mia, che ha saputo mantenere nel tempo una propria identità. Io apprezzo molto le persone che riescono a credere in qualcosa.</p>
<p>All’interno di SPAZIO 22 c’è un rispetto assoluto per il lavoro dell’altro. Abbiamo due vedute differenti, le quali riescono comunque a creare ed esprimersi in un luogo comune, all’interno del quale c’è spazio anche per altre realtà. Invitiamo sempre una terza galleria ospite a esporre insieme a noi.</p>
<p><strong>Infine, ma non meno importante, qual è il tuo prossimo sogno da realizzare?</strong></p>
<p>Vivere con amore e ordine dalla mattina alla sera.</p>
<p>&nbsp;</p>
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<p>&nbsp;</p>
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		<title>I am beautiful</title>
		<link>https://www.lauraluppi.com/i-am-beautiful/</link>
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		<pubDate>Sun, 26 Nov 2017 16:25:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Laura]]></dc:creator>
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		<category><![CDATA[laura luppi compagnia zappalà]]></category>
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		<description><![CDATA[Il mio articolo dedicato al grande spettacolo di danza contemporanea della Compagnia Zappalà, ispirato alle opere dello scultore Rodin. Quando il [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Il mio articolo dedicato al grande spettacolo di danza contemporanea della Compagnia Zappalà, ispirato alle opere dello scultore Rodin. Quando il gesto diviene arte.</p>
<p>Solo su <a href="http://www.hestetika.it/magazine/" target="_blank">HESTETIKA N.27</a></p>
<p>In edicola, in libreria e su Apple Store</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>&#8220;I AM BEAUTIFUL&#8221;</strong></p>
<p>di Laura Luppi</p>
<p>Per la nuova edizione del Festival MilanOltre al Teatro Elfo Puccini di Milano, la Compagnia Zappalà propone uno spettacolo ispirato a una delle celebri opere di Auguste Rodin, “Je suis belle”, a sua volta tratta dalla lettura di alcuni versi del poeta maledetto Charles Baudelaire.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il corpo, nella sua naturale gestualità, torna ad essere veicolo di bellezza, riacquistando il posto d’onore depredato da una demonizzazione storico culturale che lo ha visto contrapporsi negativamente all’elemento dialettico dell’anima. Se infatti nell’antica Grecia non veniva concepito come un pericolo alla realizzazione delle virtù, favorendo piuttosto un’educazione comprensiva di discipline fisiche come canale indispensabile alla crescita culturale e morale dell’uomo (vedi il ginnasio, γυμνάσιον, da γυμνός &#8220;nudo&#8221;, luogo dove i giovani praticavano esercizi atletici nudi), soprattutto nel periodo medievale e con l’avvento del dualismo cartesiano (separazione anima-corpo) esso subisce un declassamento. Contro la concezione di una pura macchina contrapposta alla più nobile anima, il filosofo tedesco Friedrich Nietzsche si scaglia, ribadendo che solo del corpo si può avere conoscenza, ma ammettendo altresì che ogni conoscenza deve provenire dalla sensibilità, dai nostri sentimenti e dalle nostre rappresentazioni. Egli rimprovera la denigrazione di un corpo imprescindibile dall’anima, la cui fusione è invece condizione necessaria per il contatto con le altre anime, per collegarsi ad esse. Il corpo è infatti movimento, una commistione di forze, di volontà di potenza. Una critica non lontana dalle riflessioni di Merleau-Ponty, per il quale il rapporto originario col mondo si costituisce mediante il corpo, la cui dimensione è intrisecamente connessa all’aspetto percettivo. Sentire l’altro comporta essere sentito: essere al tempo stesso soggetto e oggetto della percezione propria della fisicità e non riducibile a pura coscienza, attestando inevitabilmente che &#8220;<em>il corpo altrui e il mio sono un tutto unico</em>&#8220;. E se il movimento di questo corpo umano è il movimento di un corpo “vivo” (“chair”, carne come implicazione reciproca), la danza ne rapprensenta la manifestazione più efficace, la relazione tra un dentro e un fuori, tra la materia e lo spirito mai scissi, tra il danzatore e lo spettatore che osserva. Il danzatore agita la sua “carne”, mostrando le tracce di un corpo composto di anima, come il più espressivo dei corpi, un corpo che onora la bellezza nella sua forma, nella sua essenzialità.</p>
<p>“I AM BEAUTIFUL” della Compagnia Zappalà, in scena al Teatro Elfo Puccini per la nuova stagione del Festival MilanOltre, allarga questa prospettiva del corpo all’omaggio che ne ha fatto un artista controverso come Auguste Rodin. Scultore della carne e della bellezza, appunto, alla ricerca di sempre nuovi percorsi espressivi, egli stesso non seguiva la tradizione di ritrarre i suoi modelli in posizioni statiche, preferendo posassero muovendosi nello spazio. Lontana dal decorativismo barocco, la sua scultura enfatizza l’individualità e la concretezza della carne, prediligendo la trasmissione delle emozioni sia nei dettagli che nell’insieme: &#8220;<em>Cosa rende il mio Pensatore pensante è che non pensa solo con il suo cervello, con la sua fronte accigliata, le sue narici aperte e le labbra tese ma anche con ogni muscolo delle sue braccia, schiena e gambe, con i suoi pugni chiusi ed i piedi contratti</em>.&#8221;</p>
<p>Liberato dall’accademismo grazie all’influenza indiretta di Michelangelo, per l’artista il non-finito, l’incompiuto, costituisce un’ulteriore e sempre aperta possibilità di movimento. In particolare il lavoro coreografico di “I AM BEAUTIFUL” guarda all’opera il cui titolo è a sua volta ispirato al primo verso di una poesia di Baudelaire, “Beauté”, tratta dai “Fiori del Male”: “<em>Je suis belle, ô mortels! comme un rêve de pierre</em>”. I due precedenti lavori concepiti per “La Porta dell’Inferno” (“Uomo che cade” e “Donna accovacciata”, entrambi del 1881) assemblati in un secondo momento, innervano la tensione viva delle loro membra incontrandosi come in un abbraccio improvviso, di cui la donna, rannicchiata su sé stessa, pare quasi negarne l’intenzione. Il coreografo, Roberto Zappalà, interpreta la composizione della scultura come compiuta dopo un balzo, uno slancio del mondo animale, ma silenzioso, al quale segue momentanea attesa e sospensione, la stessa avvertibile dall’originale da cui è tratta. Dolore e sofferenza &#8211; il conflitto dell’arte moderna per Rodin, e nella vita per Baudelaire &#8211; è la violenza insita nella bellezza, pietrificata nei corpi di donna, in lotta tra l’idealizzazione aulica e la demonizzazione fatale, tra la salvezza e la dannazione. Così come Il poeta delinea a parole le immagini dei suoi sogni e dei suoi incubi, lo scultore plasma la materia dura facendone sostrato vitale (anima e corpo), e il coreografo ne ridisegna le linee con l’ausilio della danza, la quale torna ad essere protagonista della scena. Non una bellezza concettualizzata, idealizzata, ma selvaggia, di corpi liberi che danzano su percussioni e vibrazioni dal vivo dei Lautari, quasi a vincere la forza di gravità o qualsiasi regola bramosa di precluderne le dinamiche. Quel primitivismo che ritroviamo in molti lavori di Paul Gauguin o nel “La Danza” di Matisse del 1910, di cui chiaro riferimento fa la Compagnia prendendosi per mano in un circolo di gesti, di pose in divenire lento e costante. Alla ricerca dell’essenza nel suo apparire inevitabilmente come carne, nella sua esplosione di potenza &#8211; quella che Milan Kundera riscopriva nell’atrocità delle opere di Franis Bacon -, il gesto dei danzatori arriva quindi con la forza di un elegante rito tribale, dritto allo stomaco dell’osservatore che ne diventa partecipe, come partecipe è di quell’umanità dalla nuda e cruda bellezza.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Bio</p>
<p>Nata nel 1990 la Compagnia Zappalà Danza è considerata oggi dalla critica europea una delle più interessanti realtà della danza contemporanea italiana, regolarmente sostenuta dal Ministero dei Beni e delle Attività Culturali Dipartimento dello Spettacolo sin dal 1996 e dalla Regione Siciliana.</p>
<p>https://www.scenariopubblico.com/compagnia-zappala-danza/</p>
<p>&nbsp;</p>
<figure id="post-1561 media-1561" class="aligncenter dupZoom_btn" data-dupzoom="http://www.lauraluppi.com/wp/wp-content/uploads/2017/11/22089458_1568841003174268_4611285756764732289_n.jpg"><img class="size-full" src="http://www.lauraluppi.com/wp/wp-content/uploads/2017/11/22089458_1568841003174268_4611285756764732289_n.jpg" alt="" /></figure>
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		<title>Intervista ad Arianna Beretta</title>
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		<pubDate>Sun, 26 Nov 2017 16:21:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Laura]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[La mia intervista alla direttrice di Circoloquadro, Arianna Beretta. Solo su HESTETICA N.27 In edicola, in libreria e su Apple Store [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>La mia intervista alla direttrice di Circoloquadro, Arianna Beretta.</p>
<p>Solo su <a href="http://www.hestetika.it/magazine/" target="_blank">HESTETICA N.27</a></p>
<p>In edicola, in libreria e su Apple Store</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>&#8220;CIRCOLOQUADRO. ARTE E FORMAZIONE&#8221;</strong></p>
<p>A cura di Laura Luppi</p>
<p>Circoloquadro è uno spazio espositivo divenuto in pochi anni punto di riferimento a Milano per giovani artisti e fruitori d’arte, giornalisti e critici con le sue tante proposte, collaborazioni, incontri ed eventi.</p>
<p>Arianna Beretta, direttrice di Circoloquadro, in passato ha svolto attività giornalistica e si è occupata di diverse mostre sia per spazi pubblici che privati. Le abbiamo chiesto di raccontarci la sua storia personale e professionale, e cosa l’ha spinta a puntare sull’arte contemporanea.</p>
<p><strong>Arianna, come nasce la tua passione per l’arte?</strong></p>
<p>Paradossalmente grazie al mio professore di storia dell’arte del liceo. Dico paradossalmente perché era un tecnico, freddo, pignolo all’eccesso. Ricordo che dava gli esami di riparazione malgrado le due ore settimanali. Insomma, nonostante le sue lezioni, e le sue interrogazioni, fossero un incubo, qualcosa è scattato.</p>
<p><strong>Prima di diventare direttrice di Circoloquadro, hai scritto per alcune riviste del settore e hai curato diverse mostre. Quanto queste esperienze hanno condizionato il desiderio di aprire una tua galleria?</strong></p>
<p>Correttamente Circoloquadro non è una galleria, essendo una realtà non profit che non si sostiene né si è mai sostenuta con le vendite. Il desiderio è venuto in realtà dal lavorare come assistente per una galleria di Milano. Ricordo che le persone guardavano dentro e non osavano entrare. Mi colpiva questo timore. Ho voluto creare uno spazio in cui entrare senza paura, dove trovare un clima accogliente e dove sentire il desiderio di tornare per incontrare persone e scambiare due chiacchiere. Non per niente nella prima sede avevamo un grande divano rosso che è diventato poi il simbolo di Circoloquadro.</p>
<p><strong>Chi ha creduto da subito nel tuo progetto?</strong></p>
<p>Laura Calevo e Massimo Dalla Pola, con cui ho fondato Circoloquadro che mi sono sempre stati vicini, e inizialmente alcuni artisti che hanno capito e condiviso lo spirito e gli obiettivi. Tra questi mi piace citare Fabrizio Segaricci, con cui ancora collaboriamo, e Riccardo Gusmaroli che ci ha sempre compreso. Nel tempo tanti ci hanno sostenuto e dovrei citare davvero una lunga lista di artisti, curatori e amici.</p>
<p><strong>Com’è nata invece l’idea del nome?</strong></p>
<p>Il nome nasce da un’idea di Massimo Dalla Pola che l’ha desunto da un passaggio de L’uomo senza qualità di Robert Musil: &#8220;Chi avesse voluto scomporre e analizzare quel periodo avrebbe trovato un nonsenso, qualcosa come un circolo quadrato fatto di ferro ligneo, ma in realtà tutto si era amalgamato e aveva un senso baluginante&#8221;. Trovare un senso e far quadrare il cerchio è da sempre un&#8217;impresa ardua. Ma l&#8217;arte può riuscire, magari in un attimo veloce e fuggevole, nel tempo di un respiro, a dare un senso e un significato al nostro tempo e al nostro esistere.</p>
<p><strong>Oltre all’attività espositiva e di scoperta di giovani talenti dell’arte, Circoloquadro offre anche un programma di formazione specifico. Quale?</strong></p>
<p>Circoloquadro ha un’offerta formativa specifica per chi lavora all’interno del sistema dell’arte e dunque per artisti, curatori e giornalisti. Si tratta di percorsi in forma di workshop improntati fortemente sul saper fare e sul confronto dialogico. Tra i corsi più ‘gettonati’ il Manuale per artisti di Ivan Quaroni e Appunti di un curatore di Flavio Arensi; abbiamo anche erogato corsi di scrittura specifica per l’arte. Per l’autunno 2017 stiamo introducendo nuove proposte che vanno a completare la formazione e che comprenderanno il diritto dell’arte, il fundraising, la gestione social, oltre a corsi diretti, per la prima volta, a chi si occupa di progettazione culturale in senso più ampio.</p>
<p><strong>La prima sede si trovava nella Fonderia Napoleonica, nel quartiere Isola, ed ora invece è situata in una delle vie principali della città, in corso Buenos Aires. Cos’è cambiato dopo il trasferimento?</strong></p>
<p>Non credo sia cambiato molto a parte il fatto che Buenos Aires è in posizione centrale! A parte le battute, è vero. C’è forse poco più passaggio di visitatori per le mostre, ma direi che la posizione, per chi fa un lavoro come il nostro, è determinante fino a un certo punto.</p>
<p><strong>Infine, quali saranno i prossimi appuntamenti di Circoloquadro?</strong></p>
<p>In questo momento la nostra priorità è sviluppare e realizzare ‘art is a biz’ (www.artisabiz.com), il progetto con cui abbiamo vinto la seconda edizione del bando innovazioneCulturale di Fondazione Cariplo. Si tratta di un progetto che mette in contatto l’arte contemporanea, in particolare dei giovani, con il mondo delle imprese. L’obiettivo è quello di incontrare nuovi pubblici e di uscire dai percorsi tradizionali del sistema dell’arte. Una scommessa ambiziosa ma che può essere vincente, come già dimostrato da un progetto realizzato per Cafro, una impresa del territorio comasco.</p>
<figure id="post-1569 media-1569" class="aligncenter dupZoom_btn" data-dupzoom="http://www.lauraluppi.com/wp/wp-content/uploads/2017/11/22221812_10212726282065272_2825329560797184916_n.jpg">
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		<title>LADY D, uno spirito libero</title>
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		<pubDate>Sun, 26 Nov 2017 16:17:54 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Un intero articolo sulle mostre dedicate a una delle icone del secolo scorso, Lady Diana, donna forte quanto fragile, determinata e [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Un intero articolo sulle mostre dedicate a una delle icone del secolo scorso, Lady Diana, donna forte quanto fragile, determinata e dallo spirito libero.</p>
<p>Solo su <a href="http://www.hestetika.it/magazine/" target="_blank">HESTETIKA N.27</a></p>
<p>In edicola, in libreria e su Apple Store.</p>
<p><strong>&#8220;LADY D, UNO SPIRITO LIBERO&#8221;</strong></p>
<p>Due importanti mostre omaggiano la vita di una delle icone del Novecento, Lady Diana, a vent’anni dalla tragica morte avvenuta il 31 agosto del 1997 in un incidente automobilistico sotto il tunnel del Pont de l&#8217;Alma a Parigi.</p>
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<p>Testo di Laura Luppi</p>
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<p>“Mi piacerebbe essere la regina nei cuori delle persone”, così si era espressa Lady Diana, e così è stato e continua ad essere ancora oggi. Un matrimonio da favola con Carlo principe di Galles, seguito in mondovisione da oltre 750 milioni di persone, e un’esistenza vissuta tra sofferenza, maternità, divorzio, problemi alimentari, doveri reali, amori controversi e impegni sociali. Tutto questo era Diana Spencer per il suo popolo, e per chi ha seguito il suo percorso con interesse, curiosità e stima. Nata nel 1961 a Sandringham, nel Norfolk, da una delle più antiche e prestigiose famiglie britanniche, Diana Spencer vide in giovane età la brusca separazione dei genitori e il suo affidamento e quello dei suoi fratelli al padre, successivamente risposatosi con una donna non particolarmente amata dai figli. A scuola Diana non spiccava per particolari doti o attitudini, e non fece l’università. I suoi primi impieghi di lavoro furono come bambinaia, come insegnante di danza – sua grande passione insieme allo sci – e come assistente presso un asilo nido di Londra, dove si era trasferita. Una ragazza timida e riservata, questo era agli occhi degli inglesi che tanto si erano innamorati della sua semplicità d’animo nonostante lo sfarzo dei suoi abiti e i titoli nobiliari. La sua più grande capacità era quella di entrare in empatia con le persone comuni, di sentire doveroso l’impegno nei confronti di chi si trovava in difficoltà, per motivi economici, di salute, sociali o politici.</p>
<p>Certo, il protocollo prevedeva l’obbligo di alcune sue visite di rappresentanza in ospedali e ad eventi di raccolte fondi, ma mai nessun membro della famiglia reale si era battuto in prima linea per le cause umanitarie e per i diritti umani. Diana seppe infatti dedicarvisi con costanza e passione, tanto da scegliere come guida spirituale Maria Teresa di Calcutta, incontrata la prima volta in un ospizio in India. Celebre il video in cui appariva in un campo minato della ex-Jugoslavia, per sostenere la Campagna internazionale per il bando delle mine antiuomo vincitrice del premio Nobel per la pace nel 1997, poco dopo la sua morte. Una morte drammatica, che ha lasciato sgomento il mondo intero, suggerendo varie ipotesi complottistiche e la sensazione di un mistero mai risolto. Attorno alla sua figura si è creato un mito: quello della madre amorevole nei confronti dei figli – da lei iscritti alla scuola pubblica contro tradizione -, della moglie tradita e umiliata ma forte nella sua fragilità – manifestata nei disturbi di bulimia e di depressione –, della nobile ribelle ma sempre elegante – in abiti firmati e alla moda -, di una donna capace di entrare, appunto, nel cuore delle persone.</p>
<p>E a Lady D sono dedicate due importanti mostre, a vent’anni di distanza da quel tragico incidente che fece perdere la vita a lei e al suo compagno Dodi Al-Fayed (insieme all’autista della vettura). “Diana: her fashion story” a Londra, presso Kensington Palace, celebra lo stile e la raffinatezza della principessa di Galles attraverso alcuni dei suoi abiti più noti e ammirati. Tra quelli presenti, il vestito lungo in velluto blu notte di Victor Edelstein col quale danzò insieme a John Travolta durante una festa alla Casa Bianca nel 1985, o l’abito bianco disegnato da Catherine Walker per il Festival di Cannes del 1987, ispirato a quello indossato da Grace Kelly nel film di Alfred Hitchcock “Caccia al ladro”. Criticati, invece, furono il cappotto e la gonna indossati a un incontro di rappresentanza in Italia nel 1985. Dalle vesti da vera principessa ai look più inusuali per una futura regina, l’esposizione offre una vasta selezione di un modo di interpretare la moda al di là dei ruoli e dei canoni prestabiliti dal protocollo. Bellville Sassoon e Murray Arbeid, tra i tanti stilisti amati da Diana, disegnarono per lei indumenti secondo il suo gusto e le sue richieste, tra lo stupore di pubblico e critica. Abiti per le occasioni speciali, per gli impegni quotidiani, o per i tanti servizi a lei dedicati da riviste internazionali tra cui Vanity Fair. Considerata da molti la donna più fotografata della storia, senza dubbio Diana Spencer non badò a spese per la sua immagine, soprattutto per l’abbigliamento, commissionando i suoi outfit a numerosi stilisti inglesi e dando vita a uno stile personale mai visto prima a Buckingham Palace.</p>
<p>Le Sale dei Paggi di Reggia di Venaria a Torino ospitano invece “Lady Diana. Uno spirito libero”, organizzata da Kornice e curata da Giulia Zandonadi e Fabrizio Modina. Aperta al pubblico fino al 28 gennaio 2018, la mostra ripercorre i momenti salienti della vita della principessa a partire dal momento della sua dipartita con documenti fotografici, racconti, testimonianze, articoli di giornali. Un viaggio nell’esistenza pubblica e privata di uno dei simboli e delle icone dello scorso secolo, di cui ancora oggi non si smette di parlare. Recenti infatti sono le registrazioni rivelate al popolo britannico, confidenze rilasciate dalla voce della stessa Diana a Peter Settelen, il professore che le insegnò a parlare in pubblico, quattro anni prima del suo decesso. Uno spirito ribelle, dunque, quello di Lady Diana, difficilmente incline a sopportare e a convivere coi tradimenti del marito, coi doveri e gli obblighi dell’ambiente reale. E poi ancora il rapporto coi figli, il suo tentativo di donar loro un’infanzia il più possibile “normale”, l’oppressione dei media e dei tabloid, le sue amicizie con stilisti come Versace e cantanti come Elton John. La cornice della Reggia di Venaria, Patrimonio dell’Umanità dal 1997, rende dunque omaggio con altrettanta eleganza alla principessa del popolo, a colei che senza indugio non temeva di affermare: “sono uno spirito libero, ad alcuni non piace, ma io sono fatta così”.</p>
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